Spotify. Trick or treat?
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Marco Braggion
- 6 Giugno 2014
Aveva ragione David Bowie
Ottobre 2008. Viene diffusa Spotify, un’app di music streaming gratuito (nei primi mesi ha qualche limitazione di orario, ma dopo poco viene reso illimitato l’usufrutto). La compagnia, che offre gratis più di ventimila canzoni, è stata fondata nel 2006 a Stoccolma, in Svezia, da Daniek Ek e Martin Lorentzon. In sei anni è diventata uno dei principali successi e promesse (con qualche punto di domanda) del mercato musicale internazionale. Insieme a Google Play Music, Rdio, Pandora, Deezer e molti altri, Spotify ci impone una riflessione sul modo di usufruire e distribuire la musica oggi, che si avvicina sempre di più a quello che aveva previsto David Bowie.
In una famosa intervista del giugno 2002 rilasciata al New York Times, infatti, il duca bianco aveva vaticinato che nel giro di dieci anni: “Music itself is going to become like running water or electricity. […] You’d better be prepared for doing a lot of touring because that’s really the only unique situation that’s going to be left. It’s terribly exciting. But on the other hand it doesn’t matter if you think it’s exciting or not; it’s what’s going to happen.” (“La musica diventerà come l’acqua o l’elettricità. […] Dovreste prepararvi a fare molti tour, perché è l’unica cosa che rimarrà. È terribilmente eccitante. D’altro canto non importa che riteniate eccitante o meno la cosa: è quello che succederà”.)
Insert coin
Ve lo sarete chiesti pure voi: ma chi ci guadagna se è tutto gratis? Ok, qualche interruzione pubblicitaria, qualche singolo pubblicizzato, e poi? Gli artisti minori hanno convenienza a pubblicare i loro pezzi? La visibilità paga se le canzoni hanno meno di tot like? Meglio lasciar perdere e continuare a vendere i dischi al banchetto?
Il 4 dicembre scorso Spotify ha rivelato di pagare agli artisti in media 0.007 dollari per ogni brano ascoltato dagli utenti. Dal 2008 ha pagato più di un miliardo di dollari in diritti d’autore, che non è detto finiscano nel portafoglio dei musicisti. Come ha detto in un bell’articolo su Doppiozero qualche mese fa Tiziano Bonini, “tutti i musicisti concordano che dalle vendite della loro musica non riescono più a ricavare un modello di vita sostenibile“. E quindi Spotify sarebbe solo un trampolino per far conoscere la musica, che eventualmente pagherebbe oggi più che mai solo “dal vivo”. Ma è vero?
In uno speech pubblico tenuto il 12 giugno 2013, Alan B. Krueger, Chairman del Council of Economic Advisers della Casa Bianca, ha spiegato che il prezzo dei biglietti dei concerti è salito del 400% rispetto al 1981, mentre l’indice dei prezzi (l’inflazione) solo del 150%. Inoltre, la parte di guadagni incamerati dai top performers (l’1% del totale dei performers americani) è più che raddoppiata, passando dal 26% (sul totale guadagni dalla musica) del 1982 al 56% del 2003. In generale i top 5% performers portano a casa il 90% di tutti i loro guadagni grazie all’attività concertistica. Praticamente il divario fra musicisti “poveri” e “ricchi” è speculare all’allargamento della forbice del reddito dell’americano medio. Quello che succede per strada, succede anche sui palchi. Sono sempre i più ricchi a guadagnare sempre di più.
Spotify può essere un veicolo per combattere lo strapotere dei “baroni” della musica? Può essere un bene per il famoso 99%? Le royalties sulle canzoni vanno per il 30% a Spotify e per il 70% ai detentori dei diritti, che non sono quasi mai gli artisti stessi. Sul blog ufficiale dell’azienda è stato calcolato che per un artista di nicchia il guadagno medio nel luglio 2013 poteva arrivare a circa 3.300$, mentre per uno Spotify Top 10 album (sempre al mese) poteva salire a 125.000$ e per una hit mondiale addirittura arrivare a 425.000$. Le cifre aumenterebbero di molto se venissero raggiunti i 40 milioni di abbonati. Sembrerebbe quindi un’occasione da non perdere. Questo per quanto riguarda chi produce la musica, ma dall’altro lato, stanno guadagnando qualcosa gli svedesi?
Money, so they say
Il 21 maggio 2014, Spotify ha dichiarato di aver raggiunto i 10 milioni di iscritti a pagamento. Qualcuno obietta che non sia comunque in grado di “fare soldi”. Dal momento della sua nascita, l’azienda ha perso 200 milioni di dollari (secondo un report dello scorso anno di PrivCo) e non ha mai reso pubblico il suo bilancio. In teoria, una volta raggiunto un ammontare sufficiente (il cosiddetto break-even point) di consumatori a pagamento, Spotify dovrebbe iniziare a vedere qualche numero verde sul suo bilancio.
L’unico modo di respirare nel breve periodo potrebbe mimare l’acquisto da parte di Apple di Beats. La compagnia del rapper Dr. Dre e del produttore Jimmy Iovine (ha lavorato con Bruce Springsteen, U2 e Patti Smith), famosa per le cuffione colorate, è stata acquistata qualche giorno fa dall’azienda di Cupertino per circa 3 miliardi di dollari. Anche Spotify potrebbe puntare a vendersi (marchio + infrastruttura) a qualche gigante del music (ma non solo) business. Il problema è che l’azienda ha un nome ormai troppo ingombrante, e il prezzo inizia a salire un po’ troppo. La valutazione della company si aggira fra i 4 e i 5 miliardi di dollari.
Le prossime mosse di Daniel Ek, fondatore e CEO di Spotify, non sembrano però andare in questa direzione. Il 28 maggio scorso il servizio di streaming è sbarcato in Brasile e ci sono piani per future espansioni in Asia e Africa. Oltre all’espansione su nuovi mercati, la connessione con la telefonia mobile è un’altra delle direzioni con cui Spotify cercherà di aumentare i ricavi nel prossimo futuro.
C’è più di qualcuno che ha ipotizzato una IPO (offerta pubblica d’acquisto, cioè la quotazione in borsa) per l’azienda nel prossimo autunno. Inoltre il 6 marzo 2014 la compagnia ha acquisito Echo Nest, un’azienda che si descrive come una “music intelligence company”, una sorta di software house che sforna programmi e database per elaborare le raccomandazioni da suggerire agli ascoltatori delle radio. Echo Nest lavora con Rdio, iHeartRadio, Deezer e Rhapsody, i principali concorrenti di Spotify. L’ultimo fronte su cui sembra impegnata la compagnia è quello delle liaison commerciali con altri big dell’advertising mondiale. Vedi, ad esempio, l’accordo con Coca Cola dello scorso 2012 durante i giochi olimpici di Londra.
No Future?
Il modello di musica del futuro passa inevitabilmente dal possesso all’accesso, dalla proprietà alla condivisione quasi gratuita. Le sorti di questo nuovo modo di pensare la redistribuzione del prodotto musicale non sono ancora chiare, nè per gli utenti, nè per i provider. Da un report dell’IFPI (International Federation of the Phonographic Industry, la versione internazionale della nostrana FIMI – Federazione Industria Musicale Italiana), si viene a sapere che i servizi in abbonamento stanno crescendo. In numeri sono aumentati di un 51.3% nel 2013, sorpassando il miliardo di dollari di fatturato per la prima volta. Il passaggio ai servizi a pagamento – secondo lo stesso report – starebbe arginando anche il fenomeno della pirateria a livello globale.
Tra i prossimi players a livello globale, oltre ai già citati big della telefonia, potrebbe esserci anche Amazon, che vorrebbe aumentare l’offerta dei suoi prodotti, aggiungendo ai video anche la musica. No future for you? Non sembra proprio.


