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Il regista di Niente da nascondere (Caché, 2005) continua a lavorare per sottrazione e pulizia formale lasciando allo spettatore la parte più difficile ed entusiasmante: significare quanto visto e sentito raccontare. Proprio così funziona quest’ultimo lavoro del maestro austriaco, Il nastro bianco (Das Weiße Band) Palma d’Oro a Cannes: attraverso un racconto, una brutta storia della buona notte rivolta a tutti noi, in una notte che è quella del buio del Mondo, dell’odio e della guerra.

Michael Haneke racconta una storia contadina, una vicenda di strani fatti e vendette, un mito fondativo di violenza e repressione, di cattive educazioni e brutte abitudini nascoste, caché appunto, che portano i bambini protagonisti di questo film a diventare tutti i bambini oppressi del mondo e, quindi, le vittime dei regimi totalitari che di loro si nutriranno nel corso della Storia. Molestie, incidentivoluti, abusi, castrazioni morali. Questo è quanto i bambini del villaggio subiscono costantemente, senza possibilità di affrancamento, se non nelle sequenze finali, con l’episodio del pappagallino, simbolicamente prodromo di uno stravolgimento, vigilia di rivoluzioni future.

Il regista viennese racconta l’ascesa del Nazismo in Germania partendo da vent’anni prima, dalla campagna tedesca bigotta e ignorante. L’educazione protestante, ma potrebbe essere quella cattolica o l’educazione integralista islamica, lede dall’interno la pianta della società, colpendo dapprima le foglie, più tenere e piene di vita, e sovverte la naturale successione delle fasi della vita. Molto chiaramente Haneke dice che la scelta dell’esempio tedesco è legata alla sua vicinanza geografico e storica a quest’area dell’Europa ma che è la volontà dell’esempio quanto imprime negli scuri 144′ in 35 mm desaturati in fase di post-produzione tanto da creare un bianco e nero tanto espressivo da rimanere colorato. I movimenti di macchina semplici e classici, l’alternanza di campi e controcampi nello splendore di un montaggio lineare e puro dapprima mettono in difficoltà l’occhio e poi lo aiutano all’aumentare della luce.

Ancora una volta il regista non cerca colpevoli materiali, come l’autore delle videocassette minatorie nel film del 2005 o i motivi della violenza illogica dei due protagonisti di Funny Games (1997). Ciò che sempre torna e stimola in Haneke è il sotteso percebile, il senso più profondo degli eventi che negli esempi raccontati ha la manifestazione più percepibile ed cangiante e visibile. Ad Haneke interessa l’oscuro che sta dietro le porte chiuse dallo spettatore, non quelle mostrate nel film. Le cause scatenanti. La deflagrazione dell’individuo, della società nella quale è inserito e della Storia che questa società costituisce e governa.

Le parole del maestro di scuola aiutano lo spettatore in questo viaggio che procede come un incubo, per simboli. Questo è quanto di nuovo Michael Haneke qui introduce ma solo apparentemente si può parlare di una facilitazione, erroneamente considerarle un aiuto allo spettatore. In realtà fungono da ennesimo diversivo sottile attraverso il quale allontanare e rendere ancor più lontano l’incontro con il senso finale. Haneke qui trova un colpevole, forse, ai mali raccontati ma ciò avviene solo per sviare dall’accusa di colpevolezza i bambini. Tutto è solo rimandato a pochi anni dopo quando saranno loro, cresciuti castrati, a supportare l’ascesa del male e a diventare male.

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