Recensioni

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È da un po’ di tempo che Mary Lattimore si industria – con bravura – nell’allargare le pareti che di solito circondano e racchiudono l’arpa dentro salotti o sale da concerti. Nel tempo, ma forse fin dal suo primo disco risalente a un decennio fa The Withdrawing Room, l’arpista statunitense ha portato il suo strumento a abitare paesaggi aperti, principalmente campestri, lasciandosi contaminare da correnti e identità soniche variegate, come per esempio nell’ottimo Silver Ladders (2020) prodotto e (s)colorato dalla chitarra di Neil Halstead (Slowdive).

Questo Goodbye, Hotel Arkada segna il lavoro più corale della Lattimore, e insieme (e forse proprio per questo motivo) quello dallo spettro emotivo/stilistico più largo. Il disco si apre con And Then He Wrapped His Wings Around Me ed è subito addolcito dalla voce di Meg Baird, ninna nanna che si amalgama al drone di fisarmonica che Walt McClements  (i due sono rispettivamente amica una e sodale di lunga data dal vivo l’altro) offre felpato come muschio. Cinque minuti che si sviluppano quasi cinematograficamente fino a scomparire. Lo stesso si può dire di Arrivederci, forse il brano più standard e classico del lotto – con la sua melodia pizzicata che trasmette una crescente apprensione per un distacco sofferto.

Tra le corde dell’arpa c’è inevitabilmente un mondo di spazio aperto, lasciato alle suggestioni di chi ascolta: la nostra lo riempie con le proprie, ispirate dalle immense sale e stanze dell’albergo del titolo – situato in Croazia, su un’isola dove vive un suo amico – e che Lattimore ha scoperto non avrebbe più ritrovato una volta che fosse ritornata, smantellate da una imminente modernizzazione. È questo riflettere sul cambiamento e sulla perdita di qualcosa, magari mentre si è lontani, che – ci dice – vuole raccontare. Blender in a Blender lo fa con l’aiuto prezioso di un certo Roy Montgomery: è lui ad imprimere l’impronta più vibrante e scura del disco, trasportandolo in territori tra il post-rock/americana di metà 90 (Cul de Sac, Labradford) dove risuona in lontananza il genio visionario di John Fahey, con una chitarra che è ancora co-protagonista in una Music for Applying Shimmering Eye Shadow (titolo delizioso) che forse piacerebbe a Jason Pierce, impregnata com’è di pathos e refrain melodici. Horses, Glossy on the Hill, sembra ambientarsi in un luccicante tramonto, animata dal baluginare delle criniere mimato dal pizzicato dell’arpa, in un brano arrangiato in maniera quasi orchestrale – e viene in mente l’epopea di libertà musicata spesso dalla Penguin Café Orchestra.

È però in conclusione che arriva il cammeo forse più atteso del lotto, quello cioè di Rachel Goswell che nella conclusiva Yesterday’s Parties risponde alla Baird dell’apertura con un altro brano dal forte sapore cinematico in cui la voce si intreccia al violino di Samara Lubeiski, riconciliandosi col presente.

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