Recensioni

Il continuo rapporto di rimandi e dialogo che esiste tra una produzione artistica e la percezione di chi ne fruisce è argomento tanto soggettivo quanto interessante. La musica da camera contemporanea di Mary Lattimore non ha certo la pretesa di rendere questo rapporto meno misterioso; eppure le sue composizioni strumentali si delineano come veri e propri racconti per immagini personali – sue, prima e nostre, poi. Dopo un paio d’anni passati in tour e le ormai consuete collaborazioni (Meg Baird e Mac McCaughan), l’arpista statunitense ha deciso di stravolgere il proprio flusso compositivo e creativo, di norma orbitante attorno a una solitudine quasi ascetica. Questo nuovo lavoro, Silver Ladders, arriva infatti portando con sé la suggestione di una presenza nuova, quella di Neil Halstead degli Slowdive in sede di produzione. La collaborazione con il chitarrista e cantante dell’iconica band partiva inoltre da presupposti azzardati il giusto: lui non aveva mai registrato un’arpa, lei (nonostante le numerose e già citate collabs) raramente aveva accolto nelle sue produzioni altre menti. Lo studio di Halstead, in una pista aeroportuale abbandonata della Cornovaglia, ha fatto per nove giorni di registrazioni da proscenio a questo esperimento.
Se l’ispirazione del precedente Hundreds Of Days, come scriveva in sede di recensione Marco Boscolo, aveva nette tinte intimiste (paesaggi ovattati e crescendo nati nella dimensione raccolta di una casa vittoriana), Silver Ladders torna ora a riflettere su e con l’esterno. Protagonista indiscusso è l’oceano – presente anche all’orizzonte nella copertina (come la precedente dall’estetica vagamente hamiltoniana) – la sua vastità e gli abissi. Il dialogo dell’arpa con la produzione di Halstead comincia in sordina: la ninna nanna Pine Trees apre il disco con una melodia insistita, supportata in un crescendo di pieni e vuoti da incursioni elettroniche. Sarà questo specchiarsi di opposti a fare da scheletro al disco. Til a Mermaid Drags You Under è una lunga elegia che flirta con un ambient impolverato dai feedback di chitarra, mentre Sometimes He’s In My Dreams è forse il pezzo più shoegaze del lotto (potrebbe, osiamo, essere addirittura un b-side di Pygmalion).
Non è facile slegare il suono dell’arpa dalla leggerezza intrinseca che possiede, ma i due riescono a costruire ad essa un convincente contraltare: nel terzetto finale lo strumento a corde diventa uno scintillio sulla superficie di mari minacciosi. Particolarmente affascinanti i droni che inghiottono il finale di Chop on the Climbout, così come la marea crescente di Don’t Look, composizione ispirata dal racconto di una tragedia accaduta proprio sulle spiagge della Cornovaglia. In chiusura, Thirty Tulips sfilaccia ancora di più le melodie dell’arpa, mentre l’elettronica di Halstead tocca panorami quasi cinematografici che si spengono lasciando nelle orecchie un misto di inquietudine e risoluzione, compagno specialmente della seconda parte del lavoro.
Silver Ladders è, quindi, un disco certamente ancora una volta pittorico e dalle tinte a cavallo tra ambient e classica, al quale però la presenza del produttore inglese, muovendosi anche sulla scia di alcuni episodi del precedente, conferisce una narratività più marcata. Protagonista è lo scarto evidente tra vitalità e quiete, tra inquietudine e serenità: più intrigante nella seconda parte di un disco che, stimolando sinestesie e immaginazione conferma Lattimore come compositrice abilissima nel declinare il proprio suono su diversi piani.
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