Recensioni

Direttamente dalle veglie di un continuum spazio-temporale tra sonno e realtà, Marta Del Grandi, la cantautrice milanese giunta al suo terzo lavoro con Dream Life, via Fire Records, ci trasporta in un non-luogo sospeso e minimale, caldo e giocoso, fatto di visioni immaginate o forse vissute, di pensieri un po’ ansiogeni intonati con leggerezza e un’incrollabile fiducia, persino quando si fa strada un velo di tristezza e nostalgia.
Il titolo dell’album, come lei stessa ha spiegato, si riferisce a un momento preciso realmente vissuto: durante il tour di Selva, Marta era sempre in viaggio, non dormiva mai nello stesso posto, e ha finito con lo sperimentare sulla propria pelle una sorta di straniante sovrapposizione tra vita onirica e vita reale. Ma Dream Life parla anche di sogni e ambizioni, e di quanto influiscano sulla nostra ricerca dell’identità e sul riflesso di noi stessi negli occhi degli altri. Non un concept album, quindi, eppure il frutto di un’esperienza personale assurta a fertilissimo materiale narrativo.
La solida formazione jazz, sebbene connaturata al DNA dell’artista, appare quasi del tutto rimossa nelle coordinate stilistiche di questo lavoro, per lasciare ampio spazio alla ricerca pop: il più sofisticato e sognante che riusciate a immaginare, in grado di far coesistere St. Vincent (Neon Lights), Mitski (Shoe Shaped Cloud) o una Laura Marling che canta su una base di Mort Garson nella sua Mother Earth’s Plantasia era (You Could Perhaps).
Dream Life è un album che cresce ad ogni ascolto: sembra piccolo e piano piano diventa enorme, perché enorme è il talento necessario per dosare il facile e il difficile, per camuffare il mestiere e travestirlo con sapiente misura in qualcosa di accessibile e accogliente; Dream Life rifugge opulenze ad effetto, eppure se ne possono indovinare tutte le finezze: da certi registri vocali agli arrangiamenti tutt’altro che lineari, in cui s’intuisce tutto il gusto per la ricercatezza.
Eppure, significativamente, si chiude con un brano che ne racchiude e sublima tutta la genuinità e lo splendore: Oh My Father, un pezzo che ti spezza il fiato già all’attacco, perché pone una domanda titanica che è dentro il cuore di tutti: Sono troppo grande per essere così spaventata e persa? E tuttavia, man mano che il brano va avanti, la commozione aumenta perché capiamo che non c’è nessuna paura e nessuno smarrimento. Solo il bisogno di uno sguardo amorevole e di un mondo più gentile.
Il bello è che quando ti capitano per le mani certi dischi, il mondo più gentile lo sembra per davvero: forse stiamo solo sognando, ma il miracolo è riuscito.
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