Recensioni

Appassionato delle fiabe surreali di Hans Christian Andersen, e magari anche di quelle dei fratelli Grimm, Thom Yorke è il vocalist magico dell’elettronica art-rock, dapprima ovviamente con i suoi Radiohead post-Kid A e in seguito lungo progetti in solo e collaborazioni (UNKLE, Flying Lotus, Burial, Four Tet, Modeselektor…). Con il navigato producer Mark Pritchard (Reload, Link, Global Communication), che aveva già remixato peraltro Bloom degli stessi Radiohead, ha per esempio collaborato ai tempi del di lui Under The Sun, uscito per Warp nel 2016.
Sempre Warp pubblica adesso Tall Tales, debutto paritariamente co-firmato dai due inglesi, nonché raccolta di brani dalle gambe lunghe, che hanno iniziato a camminare durante la pandemia e puntano in alto in fatto di libertà formale, che ad andarsene in movimento ondulante siano le trame digitali, come nell’estesa A Fake In A Faker’s World di intrigante e paranoide introduzione, oppure quelle canore, di fatto marchio di fabbrica inconfondibile, come nella dark ambient di Ice Shelf e in una Bugging Out Again dalle struggenze-dissolvenze Amnesiac-style.
Tra l’uomo che medita e quello che fantastica, come a dire tra Rodin e i cavalieri della Tavola Rotonda, tra l’impulso ad abbracciare una tecnologia che è anche suono e quello del ritorno minimale, per quanto allargato a parecchi giri di orologio, a una natura romantica sulle White Cliffs magnificate da chiunque, portando avanti l’immancabile impegno ecologista. Una wunderkammer di sintetizzatori vintage, parole in progresso contro il progresso a ogni costo, briciole di foggia-canzone (una più speranzosa, luminosa e souleggiante The Spirit, con tanto di archi, e una velvetiana The Men Who Dance In Stags’ Heads, che in verità c’incastrano poco col resto) e sperimentazioni (la robotica title track da Fittier Happier A.D. 2025 dove «There were two clowns / Telling tall tales», la vaporosa chiusa prevalentemente strumentale di Wandering Genie).
All’album fa accompagnamento il film realizzato dall’artista visivo e designer Jonathan Zawada, da considerarsi terzo membro del progetto, che sarà proiettato in alcune sale cinematografiche selezionate, per una distopia da raccapricciante luna park psichedelico. Galleggiano… galleggiano tutti, questi dodici pezzi, soprattutto la sarcastica marcetta creepy di Happy Days e gli alienanti singoli dai beat più giocosi-acuminati, cioè Back In The Game («Back to 2020 again», tra dipendenza da sostanze e riferimenti a Everything In Its Right Place), Gangsters e This Conversation Is Missing Your Voice. Storie moderne per bambini cresciuti male, nel circo di oggi.
Amazon
