Recensioni

Che per Mark Pritchard questo Under The Sun sia un disco che ha a che fare con la sua biografia lo capisci già dalla scelta di ripescare, a mo’ di introduzione generale, una traccia proveniente dalla sua prima pubblicazione autografa, ovvero ?, un semplice punto di domanda che idealmente rappresenta l’implicito di un’opera che vuole spiazzare sì, ma con le piume di un’oca. All’epoca, quel brano – un drone che evolve in qualcosa di confortante e vagamente pinkfloydiano – faceva da lato A ad un singolo che conteneva anche The Hologram, pezzo scuro e trip hop dove il producer masticava un frangente della sua materia preferita, un’elettronica mutante UK costruita su incastri di groove e ritmo. Ebbene, al contrario di ciò che ci potremmo aspettare da uno che, da allora a oggi, ha suonato ogni sorta di commistione elettronica, quel brano introduce la scaletta del primo album lungo a firma Mark Pritchard come una raccolta di fascinazioni folk, pop e (uno) spoken, diluite in un’ambient tanto cosmica quanto pastorale, tanto fiabesca quanto delicatamente labirintica. Per lui deve essere stato un po’ come tornare ai Global Communication dalla porta delle ultime produzioni di Thom Yorke e Brian Eno, e il fatto che sia riuscito a tirar dentro proprio il frontman dei Radiohead per uno dei brani in scaletta – Beautiful People – è un po’ la riprova di una bella fetta del discorso progettuale/latatamente biografico qui affrontato.
Secondo quanto Pritchard stesso ha spiegato nelle note stampa, Under The Sun ha a che fare con la sua infanzia trascorsa nella campagna inglese, un ambiente che si è sposato idealmente, oltre che con il qui etereo Yorke, anche con gli acquerelli elettronici di Bibio – che in Give It Your Choir sembra fare una cover degli Animal Collective – e con il weird folk di Linda Perhacs, altera e distante nella ibizenca – nel senso di Nico – You Wash My Soul. Nel disco poi troviamo anche il sinistro spoken word di Beans, che fa un po’ il paio – perché sembra messo un po’ lì a caso – con quello presente nell’ultimo album di Eno, The Ship, ed ecco che Under The Sun acquista le forme scomposte di un disco straniante, sospeso tra situazioni anche molto distanti l’una dall’altra, governato da una folktronica del ricordo ora passato, ora remoto.
Non a caso, un disco così arriva dopo un 2015 che ha visto più segnali di interesse nell’ambiente elettronico per le dilatazioni ambient, per la chamber e il sinfonico, fino alla ripresa della trance. E Pritchard, lo sappiamo, è uno da sempre attentissimo a ciò che succede attorno a lui, vedi Africa Hitech e Harmonic 313. Questa volta però non abbiamo a che fare con un’altra delle sue “nerdate” elettroniche, come accadeva nel trittico di EP Ghosts, Make A Livin’ e Lock Off, ma con qualcosa che non sa decidere se diventare il classico concept album o rimanere semplicemente una collezione di trovate produttive sotto una generica linea guida. Per sua stessa indicazione il disco va ascoltato in una botta sola, e ne basta una dacché la tracklist si sviluppa come un audiolibro (di suoni più che parole) dove, proprio come nell’ultimo Radiohead, Moon Shaped Pool, i segmenti vocali e quelli strumentali si deteriorano sotto i nostri occhi, vanno in fade out senza che tu te ne accorga, pur godendo delle autonomie arrangiative del caso (da qui il consiglio di ascoltarlo in modo che ti possa immergere e confondere con i suoi débrayage).
Ironico che un disco così si chiami Under The Sun, perché qui di chiaro come il sole non c’è proprio nulla o quasi (ascoltate le “ananas sinfonie” di Where Do The Go, The Butterflies o la roba “medioevale”, come la chiama lui, di Cycles Of 9, per due eccezioni alla regola), e c’è anzi una buona parte della tracklist formata da interlocutori ambientali alla Global Communication (Ems) o library music come potrebbe intenderla Clark (Kufu). Il disco finisce con l’unica traccia a lucchetto – nel senso di incastro loop/ritmo – di tutta l’opera, che – non senza un bel “?” – è la title track del lavoro: un inseguirsi di frasi in loop che sembrano scioglilingua persi nel tempo, incastonati su bassi ben puntellati. Il testo mandato all’infinito recita: «For every evil under the sun, There is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it» ed è preso dai Racconti di mamma l’oca.
Vien da pensare che la campagna che Pritchard vuol farci ascoltare qui non sia troppo differente dai ricami sulla Cornovaglia che Aphex Twin ci aveva rifilato in passato. La differenza sta nel fatto che Under The Sun non è un Selected Ambient Work o l’interpretazione di Pritchard di un disco di Bibio, ma un lavoro che non si alza troppo oltre la sufficienza e il bozzetto deluxe.
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