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7.4

«Ugly / I’m so very ugly / I’m ugly inside and out there is no denying / Why would you ever love me… I spent my life / Trying every way to die / Is it my fate to be the last one standing? Don’t you know it’s a crime /… Hold me / Don’t you try to hold me / I can clearly find my own way to the other side… Follow me down / To the underground / And I will sing to you a song of sorrow»: c’è un brano che si trova esattamente al centro di questo nuovo disco di Mark Lanegan. Per tanti motivi: perché al centro della scaletta, perché riassume i temi centrali dell’album, che poi sono i temi di una vita e di tutto un percorso artistico. È uno di quei blues trascendentali che al Nostro escono sempre bene, come se li respirasse: aria sacrale e dissoluta, whisky e spirito santo proprio com’era nel suo disco migliore degli anni ’90 e forse migliore e basta (se non altro quello a cui chi scrive è più affezionato).

Skeleton Key è il blues della vita di Lanegan. Quella raccontata nel mémoir Sing Backwards and Weep, da non molto nelle librerie (tutte le quindici Straight Songs of Sorrow si ispirano all’autobiografia, ne sono l’immagine musicale riflessa nel presente). Skeleton Key è il blues per la vita, quello che man mano che procede e lievita di intensità sembra sempre più un mantra. Che agonizza e poi si libera guidato da un organo fantasma da chiesa sconsacrata, da spettri di violini, chitarre distorte, tamburi (?), che spuntano ovunque e da chissà dove in un torbido, continuo, trascinante crescendo. È il brano più imponente, con i suoi sette minuti, e piazzato strategicamente per tagliare in due l’album, sezionandone tutte le sonorità e facendo uno spaccato anche di tutta la produzione artistica precedente: dalle radici folk-blues degli inizi al rock di metà percorso, agli innesti sperimentali dell’ultimo periodo dell’ex albero urlante. Che in questo LP non urla affatto, ma si limita a cantare da par suo con gli usuali mezzi toni indolenti (in apparenza) colorati di alcol, tabacco e altre sostanze non meglio identificate (si spera solo del loro ricordo).

Dicevamo di Skeleton Key (ci è piaciuto questo pezzo che dite?), perché in questo suo magnetismo dall’apparenza totalizzante polarizza gli altri brani da una parte o dall’altra del suo campo. Quelli che vanno più verso la sperimentazione, e gli altri che stanno sul lato della tradizione. Tra i pezzi più inventivi c’è I Wouldn’t Want to Say, una sorta di song destrutturata (tutto un avvitamento vocale e armonico su questo loop caotico di percussioni, rullanti, beats e bip elettronici creato con l’Organelle, il toolbox che è diventato a quanto pare uno dei giocattoli preferiti di Lanegan). Tra i più tradizionali c’è invece Apples From a Tree, una perla-scheggia nickdrakeiana di nemmeno due minuti (la chitarra elegantemente arpeggiata è di Mark Morton dei Lamb of God). Da un lato Stockholm City Blues con il suo country-folk da camera, o Daylight in the Nocturnal House, dove ritornano ancora banjo e archi; dall’altro Internal Hourglass Discussion con il suo ritmo da dancefloor alternativo (Thom Yorke che incontra Tom Waits e i New Order quando erano ancora un po’ Joy Division). Poi ci sono quelli che zigzagano e ondeggiano: This Game of Love, ballad a due voci (l’altra è della moglie Shelley), ha l’anima di un traditional e il fondo sempre un po’ scomposto di percussioni elettroniche (immaginiamo ancora l’Organelle); e poi la sinuosa sensualità di Bleed All Over (avrei detto che c’era lo zampino di Greg Dulli, che ritroviamo però più avanti). Churchbell Ghosts con i suoi droni oscuri e il fervore gospel ci calamita in atmosfere prossime a quelle dell’ultimo Nick Cave, a cui si pensa spesso – devo dire – come termine di paragone man mano che ci si addentra in questo lavoro. Sarà perché tra i tanti ospiti c’è quel folletto spiritato di Warren Ellis. Ma il violino di Ellis e la voce di Dulli sono in At Zero Below. Da un’altra parte, Ballad of a Dying Rover ci ipnotizza con un blues dal passo felpato dentro un trip-hop orchestrale che saprebbe di Portishead, eppure apprendiamo che Adrian Utley è la spalla di Daylight in the Nocturnal House, laddove qui c’è invece nientemeno che John Paul Jones al mellotron.

Già, gli ospiti. Sono diversi e importanti, e li abbiamo più o meno tutti citati. Ma se ci sembra di sentirli dove non ci sono e viceversa è perché questo è il mondo di Lanegan, che lui ha creato nel bene e nel male, certo con l’aiuto del produttore Alain Johannes, di Ed Harcourt e Jack Bates (il figlio di Peter Hook) e degli altri musicisti coinvolti. Gli unici a scrivere insieme a lui delle canzoni, due per ciascuno, sono stati la moglie, Shelley Brien, e Mark Morton. Shelley firma insieme a lui appunto This Game of Love e il brano finale, Eden Lost and Found, dove a duettare con Mark è però Simon Bonney dei Crime and the City Solution («uno dei miei eroi musicali»). Come nella biografia, le cose finiscono anche qui meglio di com’erano cominciate. Nel libro un inizio quasi burroughsiano (Mark pedinato da due poliziotti con della droga nel taschino della camicia), un viaggio dentro una giovinezza malata, e nel finale, forse, le cose si rasserenano con la sospirata maturità; qui un viaggio che tra demoni, spettri, incubi, rimorsi, cadute in basso, dolore dolore dolore, diavoli sulle spalle e scimmie sulla schiena e nelle vene, inferi, prigioni, appuntamenti tête a tête con la morte rinviati di un soffio, si conclude finalmente guardando verso un nuovo giorno. «Daylight is coming / Daylight is calling me / And everybody got to be free».

Nel proporsi definitivamente come nuovo man in black della canzone USA, Mark Lanegan ci ricorda, con tutta l’espressività della sua iconica voce – su cui non è neppure il caso di spendere altre parole – la sua sostanza di autore capace di evocare con autorevolezza (sorry per il bisticcio…) il suo mondo; che non è solo il mondo della famosa biografia, quella in cui non risparmia al lettore i vecchi scheletri nell’armadio tra cui la fedina penale da adolescente (che curriculum!): è anche tutto un immaginario a cui ha saputo dare corpo sonoro e anima sin dai tempi di The Winding Sheet, disperazione e redenzione, dolore, dissoluzione e rinascita, come in uno zen gotico americano.

Nel consegnarci una raccolta di canzoni memorabili e uno dei suoi più invidiabili traguardi di cantautore, si dimostra oltre che discepolo di classiconi come Van Morrison, Cohen, Waits, Cash, un loro erede credibile. Un classico a sua volta come può essere oggi un Nick Cave. D’accordo è anche (ipse dixit) un «sick, sick man», una brutta persona, si perderà in battibecchi inutili (sul recente scambio di battute con Liam Gallagher meglio sorvolare), tutto quello che volete. Sul lato artistico, Mark Lanegan è uno che ha raramente deluso. Non lo ha fatto nemmeno questa volta; a dire il vero, ha fatto un po’ di più.

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