Recensioni

6.9

In un’epoca in cui il cantautorato italiano 2.0 più à la page è una strana bestia spesso votata al disimpegno orecchiabile e al tormentone acchiappa click, per fortuna esistono anche personaggi fuori dalle righe come Mario Alessandro Camellini che se ne fregano di tutto questo. Ascolti i testi fiume pseudo-recitati del suo disco d’esordio Un pianeta su nove e ti viene in mente un altro istrione poco portato per i compromessi e con molto talento come il buon Flavio Giurato. Come per Giurato, anche per Camellini la parola poetica è una materia viva difficilmente confinabile in strutture musicali rigide, e infatti i suoni di questo disco, seppur riconducibili a un cantautorato elegante in bilico tra pianoforte e chitarra – con qualche sbuffo rockeggiante qua e là – sono in realtà una scenografia piuttosto elastica e ricca di opzioni. Buono, dunque, il lavoro dello stesso Camellini e di un Luca Spaggiari chiamato a produrre, nel valorizzare testi poco interessati a una retorica della rima, eppur bisognosi di un contesto credibile per farsi accettare come forma canzone.

Del resto sono loro i veri protagonisti del disco: se riuscirete a superare l’iniziale senso di spaesamento – benedetto sia il senso di spaesamento che fanno nascere certi dischi – che si prova davanti a una voce non certo virtuosa e a una “fragilità” tecnica a cui giustamente non si dà troppa importanza (le virtù stanno altrove, nei significati di ciò che si canta, per esempio), vi troverete davanti una prosa a cuore aperto in cui si mescolano angosce e riflessioni profonde. Quello che si prova davanti a testi come «Solo in un pianeta su nove esistono gerarchie piramidali dove chi è in cima alla piramide sta lì solamente perché c’è chi occupa le stratificazioni riservate agli ultimi / Solo in un pianeta su nove esistono i primi e gli ultimi, il vincente e il perdente / Solo in un pianeta su nove si calcola l’appetibilità di un essere umano in base alla fisionomia, al ventre piatto, al peso del portafoglio e al colore della carta di credito» (da Un pianeta su nove) è un senso profondo di empatia verso l’autore, lo stesso che emerge, per dire, dall’esistenzialismo di una Livore che recita: «La vita non è vita se ho solo bisogno di attenzioni / La vita non è vita se fai, vai, crei e termini / la vita non è vita se è solo per mangiare e dormire / La vita non è vita se non c’è niente da perdere».

C’è un universo interiore mai pacificato, negli otto brani di questo disco, talvolta “semplice” nelle premesse ma quasi sempre capace di destabilizzare il nostro senso pratico di ascoltatori abitudinari, come avviene ad esempio in una Alchimia dove i profumi diventano persone e persino socialità. Del resto «capita di sentirsi presi in contropiede da parole spiazzanti che non ti riservano una via di uscita» (da Parole), ed è esattamente quello che accade in un Un pianeta su nove che non sarà forse un fulgido esempio di ricerca musicale, ma certamente nutre un senso della curiosità e un amore per il contenuto che non tutti possono vantare oggigiorno.

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