Recensioni

In tempi passati, quando i ruoli della società erano ben definiti, anche in musica, le cose erano più intellegibili. Il messaggio sociale, la denuncia, il risveglio delle coscienze erano affare del cosiddetto “menestrello”, del Bob Dylan di turno, per intenderci, o di chi per lui. Oggi le cose stanno diversamente. Sono scomparsi i cantori di John Doe, per rapper e trapper il riscatto è singolo e a base di banconote, il sistema non si combatte: ci si fa inglobare per scalarne le gerarchie. E allora pensano i Marillion a lanciare un messaggio, allo stesso tempo avvertimento e pungolo, e lo fanno col primo brano del nuovo disco che, complice anche la pandemia, arriva a sei anni dal precedente (se parliamo di materiale originale).
An Hour Before It’s Dark, un’ora prima del buio, è un’allerta; l’apripista Be Hard On Yourself vuole prendere l’umanità – per lo meno i fan – per la collottola e scuoterla. In un mondo nel quale i nuovi dettami psicoanalitici sono “fai festa e premiati perché hai raggiunto un traguardo” oppure “datti una pacca sulle spalle e ama te stesso più del tuo prossimo”, il gruppo ci esorta a essere meno indulgenti. Perché il nostro lassismo ci ha portati a mettere a rischio l’intero ecosistema del quale – cosa di cui sembra non abbiamo coscienza – facciamo parte. Che strano: un dispaccio carico di significato globale consegnato da una band di progressive rock sembra un ossimoro. Il genere è stato messo all’indice per essere con la testa tra le nuvole o su altri pianeti, per avere preso residenza al di là dello specchio di Alice, trastullandosi con fiabe e leggende. Ed ecco che oggi la – sacrosanta – lezione la impartiscono proprio i Marillion. Al dipanarsi di questo nuovo disco (e ventesimo in carriera) insinuano il dubbio che si tratti ancora di una band prog rock.
Problema formale – e non di sostanza – finché si vuole, ma qual è lo strumento simbolo del genere rinato – dopo anni di dileggio – sulle proprie ceneri? La tastiera, nelle sue mille incarnazioni – risposta su cui credo neppure il più persecutorio degli azzeccagarbugli che ci leggono obietterà. E quale prog band che ha fatto la storia del genere non annoverava un fenomenale, prolisso, rutilante mago dello strumento, dedito a soli contraltare di quelli dei rispettivi colleghi che usavano la chitarra elettrica, più o meno allo stesso modo, su altri palchi? Mentre tra i sette brani che compongono An Hour Before It’s Dark – titolo drammaticamente bello – i solo di Steve Rothery sono immancabili, e francamente imprescindibili, Mark Kelly si concede pochi momenti di un pianoforte portato in evidenza, oltretutto facendo principalmente da collante per il suono complessivo della band. I dischi dei Marillion, di questi Marillion, sono come corpi celesti dalla massa poderosa: in un certo senso monolitici, un blocco compatto che non vale la pena sezionare (in brani), perché il risultato è maggiore della somma delle parti.
Ci sono momenti di picco, verissimo: la già citata Be Hard On Yourself, soprattutto l’intro amplificata dallo stentoreo Choir Noir, che si ripete nel tributo a Leonard Cohen di The Crow And The Nightingale – e annesso superlativo show di Rothery – e se ne potrebbero citare altri. Ma la caratteristica che rende affascinante l’album è l’impalpabile imprendibilità di un disegno che spinge a ripeterne l’ascolto non appena finito. Alla ricerca di quelle cose tipiche del prog rock che ti aspettavi, ma che credevi di esserti perso per distrazione. Ma non è solo questo. C’è un indubbio allure che emerge da ogni brano. Una sfumatura crepuscolare che prevale anche nei momenti di “apertura”, i più energici, che in fin dei conti non “strappano” mai, ma cullano. Il tono del messaggio è di avvertimento, una esortazione, un auspicio rivolto a tutti. Forse la definitiva presa di coscienza che questo mondo, o meglio, che tale umanità sia entrata nella sua fase di declino (irreversibile?).
Forse è vero che manca un’ora – tempo cosmico – alla fine: «Paint a picture, sing a song / plant some flowers in the park / Get out and make it better / You’ve got an hour before it’s dark». Se ci svegliamo dal torpore e quell’ora la impieghiamo al meglio delle nostre possibilità, forse possiamo ribaltare le nostre sorti. La musica ha un potere che nessun politico detiene: arriva dritta al cuore, e nel giro di pochi minuti ti può cambiare. Un bel disco, musicisti sinceri, parole che innescano ragionamenti… che altro volete dal frivolo mondo del (prog) rock?
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