Recensioni
Marianne Faithfull & Warren Ellis
She Walks In Beauty
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Valerio Di Marco
- 30 Aprile 2021

«Ella passa radiosa, come la notte / Di climi senza nuvole e cieli stellati / E tutto quanto il meglio dell’oscurità e della luce / Si incontra nel suo aspetto e nei suoi occhi / Così addolcito a quella tenera luce / Che il Paradiso nega al giorno brillante». Con queste poetiche parole, ignominiosamente (ce ne scusiamo) tradotte dalla versione originale di un componimento di Lord Byron, si apre She Walks In Beauty, il nuovo album di Marianne Faithfull realizzato con l’ausilio di Warren Ellis e il contributo di svariati ospiti musicali, e il cui titolo è lo stesso del breve poema appena riportato.
Chissà, forse la leggendaria cantautrice britannica se lo sarà fatto in passato un giretto al Cimitero Acattolico di Roma (Campo Cestio, per la precisione), dove non è sepolto Lord Byron ma ci sono le tombe di John Keats e Percy Bysshe Shelley, altri due poeti inglesi del primo Ottocento le cui opere sono state prese a prestito dalla Nostra, che in un impeto di (secondo) Romanticismo ha voluto liberare tutto il suo Sturm und Drang in salsa albionica (ci sono brani anche di Thomas Hood, William Wordsworth e Alfred Tennyson) con un album interamente in spoken word con sottofondo strumentale.
E quale luogo migliore per la passionale rimembranza di quel paradiso in terra con affaccio sulla Piramide Cestia fatto di verde, bellezza e silenzio. Lì, in quel giardino segreto conosciuto in tutto il mondo ma in fondo nascosto e misterioso rispetto ai tradizionali itinerari turistici capitolini, Faithfull avrebbe trovato di che ispirarsi – e chissà, magari è andata davvero così – per questo ventunesimo album in studio costruito da un lato sulle sue grandi qualità di performer che scava a fondo in versi dai connotati classici, ideali ed eterei imprimendogli un rinnovato soffio vitale, e dall’altro sulla sua voce rauca e vissuta che si adagia sul tappeto sonoro approntato dal polistrumentista dei Bad Seeds come una languida dama di bianco vestita su un rigoglioso e lucente prato d’erba curata e bagnata dalla rugiada del mattino.
Peccato che la pandemia non si sposi con questi scenari liberi e bucolici e imponga a tutti rigidi paletti in fatto di spostamenti. In effetti, potrebbe anche darsi che l’idea di questo disco sia venuta alla settantacinquenne vocalist proprio dalla lettura, durante il lockdown, di qualche vecchio volume seduta davanti al caminetto e a una tazza di buon tè bollente. Il lavoro, in effetti, è stato registrato nell’abitazione londinese dell’artista con l’aiuto dell’amico di lunga data e manager François Ravard e di Head, produttore di PJ Harvey, mentre Ellis ha lavorato alle parti musicali nella sua casa di Parigi.
Ma non del solo Warren sono i commenti sonori – che riportano alla mente, per dire, gli splendidi panorami di Push The Sky Away -, impressionistiche sinfonie elettroniche che fanno da sfondo alla lettura di questi brani e ne rendono l’interpretazione ancora più epica e solenne. Alla stesura delle parti strumentali hanno infatti partecipato anche Nick Cave, che ha adornato i pezzi con il suo piano, Vincent Segal, che ha aggiunto delle parti di violoncello alla liminale, mistica To The Moon e a So We’ll Go No More-A-Roving, ma anche Brian Eno, le cui telefonate arie di ovvia matrice ambient – ora sinistre e quasi industrial a creare un’interessante dicotomia tra il calore della voce e i suoni freddi e razionali delle macchine, ora campestri e bucoliche in stile seconda metà di Before And After Science – si riconoscono benissimo in La Belle Dame Sans Merci e nella splendida The Bridge Of Sighs, che fa sospirare, sì, ma di commozione.
Racconti di suicidi, canti di pene d’amore ed elegie alla bellezza sono i temi principali di un lavoro la cui impostazione stilistica, per fare un parallelo molto più prosaico e noto alle nostre latitudini, ricorda quella degli Offlaga Disco Pax e, per estensione, degli Spartiti. Il tutto, chiaramente, al netto di ogni riferimento politico. A proposito, al Campo Cestio riposano anche le spoglie di Gramsci, potrebbe essere un suggerimento per Max Collini e Jukka Reverberi.
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