Recensioni

7

Pur non essendo mai stata una vera compositrice, Marianne Faithfull ha sempre dato ai suoi dischi un’impronta personale, sia scrivendo almeno parte dei testi, sia con la scelta dei collaboratori e delle cover, e anche in questo suo 21esimo album (difficile seguito del molto riuscito Give My Love To London del 2014) lo conferma, insieme alla bontà del suo percorso tardo e alle presenze di Nick Cave, Ed Harcourt e Rob Ellis (nonché alla pratica, iniziata nel 2002 con Kissin’ Time ma di fatto già di Broken English, di collaborare con musicisti di generazioni più recenti). Il disco infatti segue coerentemente un mood malinconico e autunnale, inteso sia come periodo dell’anno che della vita, aggiungendo ai chagrins d’amour e di rimpianto già esplorati in passato, quelli dovuti alla sensazione di crepuscolo accentuata dai problemi di salute – «I know I’m not young and I’m damaged», canta; del resto anche al concerto di Lucca l’avevamo vista in difficoltà, sia pure affrontata con classe e fierezza, ma ai problemi di allora si è aggiunta l’artrite (quanto di più lontano dallo spirito della Swingin London si possa immaginare) – e il disco suona come un flusso di ricordi e meditazioni che abbraccia tutta la vita, dalla giovinezza alla contemporaneità, personale e storica.

In questo senso interpretiamo le riprese della classicissima As Tears Go By (cantata con quei rubati a nostro parere un po’ leziosi della simile versione apparsa sul live No Exit e nella quale si sentono differenze anche col rifacimento dell’87), del manifesto esistenziale Witches Song da Broken English, della dylaniana It’s All Over Now Baby Blue già interpretata sul disco-fantasma del ’71 (Rich Kid Blues, pubblicato 20 anni dopo) e che aiuta ad esprimere bene il senso di fine, anche grazie a un’interpretazione più lenta e meno sorniona; mentre il presente minaccioso compare nel testo e nella musica in They Come At Night, un altro dei suoi 21th century blues (ci sarà un motivo se collabora con Nick Cave e in passato lo ha fatto con PJ Harvey) composto insieme a Mark Lanegan e non lontano dal suo Gargoyle, in cui si commenta l’attentato al Bataclan, con qualche sfumatura coheniana in versi quali «i nazi ritornano ogni 70 anni, bombe esplodono: il futuro è qui» (il pezzo è stato eseguito per la prima volta proprio nel locale francese, durante uno dei primi concerti dopo la riapertura un anno dopo l’attentato).

Per il resto, tra rotonde chitarre acustiche, toni sommessi e violini lirici, si susseguono autoritratti mascherati (il primo video, una The Gipsy Faerie Queen riconoscibilmente firmata da Cave), affermazioni d’orgoglio e malinconia insieme (In My Own Particular Way, Don’t Go), o desolazione in No Moon In Paris, dove alla solitudine e alla rassegnazione («What can I do but pretend to be brave?») subentra anche l’accettazione del cambiamento, e il modo a testa alta in cui affronta l’intimismo minimale di Loneliest Person dei Pretty Things dimostra forza ed è uno dei segnali che, nonostante tutto, non ci si arrende a un quadro desolato, semplicemente se ne prende atto.

Questo disco è il suo You Want It Darker o il suo Blackstar, insomma, e anche se meno ispirato rispetto al precedente, e benché  con strumenti consueti e noti, è un bel modo di raccontarci l’autunno.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette