Marianne Faithfull. Ballare sulla bellezza
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Demented Burrocacao
- 27 Aprile 2021
I più affezionati lettori di Geriatric Power si saranno accorti che nelle scorse puntate c’era una prevalenza maschile. La cosa non era per niente voluta ma contingente alle uscite delle vecchie glorie. Corriamo subito ai ripari poiché stavolta ci troviamo davanti a She Walks In Beauty, nuovo album di un’icona femminile che da sola vale per tutti i “giovanotti” finora presi in esame: stiamo parlando di Marianne Faithfull. La Faithfull è senza dubbio una donna d’acciaio: se i Rolling Stones hanno fatto il patto col diavolo e ancora adesso campano beatamente alla faccia nostra, Marianne ha stipulato un contratto sia con Belzebù sia con Dio, forse strappandolo per prima alla band inglese, alla quale è – ahimè – legata a filo doppio.
Da quando algida cantantessa di diciassette anni deliziava con la sua voce sublime e la sua bellezza il popolo inglese (firmando il suo primo contratto senza manco aver cantato una nota), il suo fisico e la sua musica sono stati messi a durissima prova fino a toccare l’altra faccia della medaglia, cioè l’affondo nella droga, nell’alcool e negli stravizi: cosa che le modificherà la voce rendendola di carta vetrata. Ideale incarnato di donna beat negli anni Sessanta grazie alla celebre As tears goes by, nessuno avrebbe potuto pensare che quell’angioletto si potesse trasformare in una pizia devastata. E in effetti il primo periodo sembra fantascienza a pensarci oggi: pop, folk, cose tutto sommato leggere nonostante l’innegabile qualità. Ma dopo il 1970 scattano cinque anni di buio e un album che questo buio anticipa, mai dato alle stampe se non postumo (Masque, nel 1985 ribattezzato Rich kid blues), prima del ritorno sulle scene con un disco di transizione come Dreamin’ my dreams in cui la trasformazione è evidente.
A questo proposito, il periodo che io prediligo della nostra eroina (e per eroina qui parliamo anche della sostanza che diverrà abituale per le vene della Faithfull) è quello degli eighties. In particolare quel Broken English che si pone a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta e nel quale la voce rotta nelle caverne della psiche di Marianne trova il suo giusto collante nella new wave spruzzata di punk e di disco music che non può che diventare – alla fine – totalmente pop, ma nell’accezione warholiana e tossica del termine. D’altronde del punk è la madrina, con la sua attitudine di donna rock che già nei sessanta (con le sue relazioni pericolose con Mick Jagger e gli scandali annessi a un certo stile di vita estremo) spianò la via a tutte le ragazze che di fare le brave e buone non ne potevano più dal momento che ai ragazzi era concesso tutto facendola franca mentre loro col cazzo, erano subito additate dalla morale vigente. E con indomabile coerenza, durante gli anni di Broken English, il compagno di vita di Marianne era Brian Brierley, il bassista dei Vibrators: e la fascinazione per lei da parte delle giovani generazioni di rocker non è assolutamente scesa di una tacca nei successivi anni.
Addirittura i Metallica la vorranno al loro fianco per il singolo The memory remains e con Nick Cave si svilupperà una collaborazione quasi “d’amorosi sensi” nello scrivere canzoni insieme. Perché Marianne è autrice di sé stessa, ma anche di altri insospettabili: i succitati Rolling Stones, la cui dirompente Sister Morphine è anche farina del suo sacco, nonché ispiratrice diretta di altri brani come Sympathy for the devil o Wild Horses, la cui frase centrale «Wild horses couldn’t drag me away» fu da lei pronunciata nel risveglio dal coma dopo un tentato suicidio con ingestione di barbiturici, nel cui sonno senza sogni le apparirà Brian Jones, da poco tragicamente scomparso. La fine della relazione con Jagger, i suoi problemi di dipendenza vanamente arginati, la perdita della custodia del figlio nel 1970 la portarono ancora una volta sull’orlo del suicidio, spalancandole la porta a una spirale di autodistruzione senza fine, vivendo come una barbona per strada, nel climax di una diagnosi di anoressia nervosa.
Broken english sarà una rinascita apparente, un “contentino”, in quanto anni dopo si ritroverà con il cuore che gli si fermerà dopo una dose, per cui nel 1985 entrerà in clinica di riabilitazione. Nello stesso tempo si dà all’“adulterio” mentre è ancora sposata con Brierley frequentando un tossico maniaco depressivo, Howard Tose, il quale più tardi si ucciderà buttandosi da quattordici piani di altezza. Insomma, la vita della Faithfull è una roba che supera ogni romanzo immaginabile: è una vita blues la sua, infatti nel 1987 diventerà improvvisamente una dea del “nuovo jazz”, confondendo ancora una volta le idee ai critici. Riuscirà addirittura, nel disco Vagabond ways, a far tirare fuori dal cilindro a Roger Waters forse il brano più commovente da lui mai scritto – si badi bene nel 1968 – e mai realizzato né dai Pink Floyd né da lui, forse per pudore. Ecco che invece Marianne prende questo brano sbiadito oramai da anni nel cassetto (Incarceration of a Flower Child) e lo fa suo infiammandolo come un nervo scoperto (si dice originariamente parlasse del dramma di Barrett, ma se anche fosse è chiarissimo che nel cantarla Marianne faccia riferimento alla sua personale storia di farmaci, contenimenti, terapie e follia) facendoti piangere dopo la seconda nota. Perché la sua voce è una specie di pala che s’infila nella terra del tuo cuore e ne dissotterra quello che hai sempre voluto nascondere, te lo spiattella in faccia e non puoi contenere le lacrime: una canzone con lei diventa una persona in carne ed ossa, perché come già detto è lei ad essere acciaio puro, non accenna a sgretolarsi. E infatti, ciliegina sulla torta, quest’anno si è beccata pure il coronavirus e contro tutte le aspettative – vista la veneranda età – l’ha sconfitto.
Il virus però si è vendicato guastandogli i polmoni, per cui è probabile che la nostra non potrà più cantare: almeno così sembra, ma a giudicare da quest’ultimo album uscito con la preziosa collaborazione di Warren Ellis, braccio destro di Nick Cave nei Bad Seeds ma anche nei Grinderman, la Faithfull non si arrende così facilmente. Trattasi infatti di un album in cui Marianne recita: sì, niente canto, solo una lettura in cui l’interpretazione la fa da padrona, una rilettura dei classici della letteratura romantica inglese dalla quale è sempre stata ispirata. Con quella sua voce bruciata dalla vita, si sente affiorare il fuoco della poesia di quelle pagine, poesia ancora illuminante nonostante si parli oramai di secoli passati. Le poesie in questione sono di Shelley, Keats, Byron, Wordsworth, Tennyson e Thomas Hood ai quali si affiancano altri autori – musicali s’intende – senza tempo: in questo caso nell’ambito del rock. Partecipano infatti al disco Brian Eno, Nick Cave e il violoncellista Vincent Segal (collaboratore tra gli altri di Elvis Costello), nonché alla produzione Head, meglio conosciuto per il suo lavoro con PJ Harvey e con gente come i Therapy?. Forte di questo team, She Walks In Beauty inizia subito col pezzo forte, il singolo omonimo che vede Lord Byron come autore e – pare – principale punto di riferimento per la carriera di cantautrice di Marianne, da sempre colpita per la capacità di uno come Byron di essere anche romantico, una qualità che di solito rimane sottotraccia.

Agli splendidi versi corrisponde un unicum tra la musica di Ellis e il parlato di Marianne che sembra quasi venire da un ultracorpo, quasi come fosse lo spirito della poesia che aleggia dai sepolcri portando in sé la vita antica di tanti scrittori in adunata sediziosa. Il pianoforte di Nick Cave accarezza la superficie della musica, lussureggiante, senza una macchia, come un ponte di aria sul quale la voce della Faithfull può lievitare. Un ponte ideale costruito soprattutto per ovviare alla distanza tra i due musicisti: il primo in Francia la seconda negli UK, in una situazione – quella pandemica – che in effetti necessita di un ritorno alla bellezza, del desiderio, dell’unione, dell’amore senza arrendersi alla rassegnazione quotidiana. Un ritorno quindi a quei brividi adolescenziali di una Marianne studentessa, che anche durante l’inaspettata carriera di cantante ha sempre nel cassetto il sogno di frequentare l’università di Oxford: un guardare indietro a emozioni perdute per camminare avanti, poiché coltivare il passato e i suoi saggi non significa vivere nella nostalgia ma conoscere i modi e trovare ispirazione per affrontare il domani. Soprattutto artisticamente: ed ecco infatti che Brian Eno si prodiga con delle texture estatiche su The Bridge of Sighs di Thomas Hood, storia di una homeless suicida in cui il bagaglio autobiografico della Faithfull viene a galla. Non che Marianne fosse lontana da quei lidi ambient (vari infatti sono i suoi esperimenti, ad esempio con Mark Isham) ma in questo caso la fusione col territorio dello “spoken word” crea una specie di “ambientar cantando” in cui è evidente la tensione musicale che si scioglie nella resa del testo poetico.
La belle dame sans merci di Keats vede ancora Eno ai comandi, tra consonanze, stridori digitali e magma di algoritmiche armonie, il prototipo della femme fatale contenuto nella ballad del poeta inglese sale alla superficie dalla voce sensuale e allo stesso tempo vitrea della Faithfull. Nella seguente Ode to a nightingale si scoprono le carte, con il poema simbolo della Capacità negativa, cioè quella elaborata da Keats per tirare fuori la bellezza in un opera d’arte sfruttando l’incertezza e la debolezza del momento, tollerando l’ansia e la paura e l’idea della morte. Perché la stessa Faithfull nel 2018 chiamerà un suo disco Negative Capability, appunto: ma qui il concetto si dipana in fumi di sintesi FM e una progressione quasi goth sporcata (o pulita a seconda dei gusti) da ipotesi new age. Keats ritorna nel pezzo che segue, ovvero In autumn, altra pietra miliare del poeta inglese. Su grappoli di piano e un pad sognante, si disegna un’ascesa sulla quale la Faithfull cadenza una vera e propria canzone nascosta nella lettura. Ozymndias invece è più elettronica, sebbene si mantenga sempre su una nuvola mistica: il sonetto politico di Shelley (che si prende gioco del potere in quanto di questo rimangono solo rovine e nulla più) nella voce di Marianne si trasforma in una parabola raccontata da una sacerdotessa che viaggia tra passato e futuro, una divinità saggia che cade dall’alto mettendo in guardia i comuni mortali.
La stupenda Prelude : Book one introduction da William Wordsworth si pone in una sorta di musica bionica orchestrale, sulla quale spicca il violoncello di Vincent Segal che traghetta il tutto nella iridescente Suprise by joy, dedicata dal poeta inglese alla figlia morta a soli tre anni, interpretata da una Faithfull commossa, disarmata e disarmante. Nella To the moon di Shelley, dove il poeta si spiega il pallore della luna con motivazioni fantasiose di fatto antropmorfizzandola, l’atmosfera è invece piena di stupore, immaginifica, di struggente serenità. E ancora ascoltiamo un Segal in grande forma mentre Marianne recita come se la sua voce uscisse da un telescopio. Chiude l’album So we’ll go no more a roving di Byron, un’ ammissione di vecchiaia nella quale ormai i sogni di dongiovanni sono un ricordo e la vita sfrenata un sogno sfumato (poesia celebrata tra gli altri anche da Joan Baez e Leonard Cohen che ne fecero delle versioni particolarissime). Ma ecco che la vita va proprio per questo rischiata, va vissuta, oppure va solo immaginata? Ci viene a rispondere The lady of Shallott di Alfred Tennyson, la cui protagonista, pur convinta di essere colpita da una maledizione e quindi auto costretta in isolamento, decide di sfidare la sorte avendo sì la peggio ma almeno vivendo. Una metafora degli artisti, sempre indecisi se concedersi alla maledizione della vita tra i loro simili oppure isolarsi per descriverla e celebrarla: chiusa che non potrebbe essere migliore vista la situazione odierna tra lockdown isterici, riaperture coatte, precarietà del concetto di arte e dell’arte stessa.
In un certo senso qui la Faithfull parla a sè, nella lucida analisi che anche per lei è arrivato il momento di una scelta, se gettare la spugna artisticamente o meno. Ma non c’è l’ombra di tristezza in queste ultime musiche, anzi è una serena accettazione delle cose, quasi una liberazione tipica del volto di un deceduto che improvvisamente appare rilassato, senza sofferenze, il cervello riparato dalle cellule spazzino: cosa sorprendente ma assolutamente naturale. In un certo senso questo è un disco di musica classica, un’operazione alla Carmelo Bene forse, sicuramente non decifrabile come un disco “alternativo”, “pop”, o “sperimentale”. Semplicemente è un disco che parla tramite i secoli, è una fiaba moderna e antica allo stesso tempo: noterete – tra l’altro – che tutti gli autori sono maschi, ma non sono stati scelti per questo, quanto per la dama poesia che è femminile per definizione così come le anime non hanno sesso. La poesia come un farmaco, qualcosa che serve per non dimenticare: d’altronde il Covid – per ora – ha lasciato a Marianne un problema notevole, cioè la perdita di memoria a breve termine. «Ricordo molto bene il lontano passato. Sono le cose recenti che non ricordo». Ma se metaforicamente è il prezzo da pagare per essere vivi, allora forse tutta l’umanità dovrebbe smettere di ricordarsi solo della “new thing”, delle cose caduche, del vivere alla giornata privo di scopo se non quello di trovarne uno: Marianne in questo è sempre stata l’unico e il solo Caronte al femminile, portandoci fuori dall’oggi tramite un passato e un vissuto che ha il sapore di eternità. E per questo – con o senza voce – lei camminerà sempre nella bellezza, contateci.
