Recensioni

7.1

A un anno dall’esordio Kontrapoetik, un disco che con pochi elementi sonici riusciva a ricreare le desolate atmosfere delle lande natali dell’autrice e a collegarle, tramite storie sanguinarie di stregoneria, alle contemporanee questioni femministe, torna la svedese Maria W Horn con un album, Epistasis, che segna un importante cambiamento d’approccio, combinato con un’ambiziosa e affatto scontata voglia di mettersi in gioco. Ritroviamo così la compositrice classe 1989 meno interessata a esplorazioni ambient e divagazioni concettuali, ma desiderosa di dire la propria con autorevolezza e inventiva nel panorama dell’avanguardia contemporanea, tra minimalismo e sperimentazione elettronica, servendosi addirittura di nove musicisti.

E, senza timor di esagerare, possiamo tranquillamente constatare che il passo avanti è notevole e che Maria W Horn ha decisamente centrato il suo obiettivo: Epistasis non è un album perfetto o assolutamente indimenticabile, ma vanta alcune soluzioni originali e di grande effetto. Le due parti di Interlocked Cycles poste in apertura e chiusura, infatti, non entusiasmano, ma nel loro alternare elettronica e strumenti permettono di meglio contestualizzare le due lunghe tracce che costituisco il cuore del lavoro. Sono proprio i nove minuti abbondanti della title track a rappresentare il vertice del disco: una composizione per otto voci (un quartetto d’archi e una registrazione dello stesso, ripetuta con un leggero ritardo e numerosi interventi elettronici) che con le sue profondità spettrali, la dosata alternanza tra dilatazione temporale e sensazione di urgenza, e le improvvise distorsioni si candida come il momento più harsh, sofferto e tagliente dell’intera opera (nonché il richiamo più immediato a Kontrapoetik).

Kovenktion muove invece dagli esperimenti di Arvo Pärt per sviluppare, tramite la rielaborazione di una partitura per due organisti che operano sullo stesso strumento, un acuto drone in crescendo che ipnotizza e stordisce, privando l’ascoltatore di qualsiasi riferimento pur mantenendo una particolare, quasi circolare gravità. Una sorprendente capacità di spaziare tra differenti tradizioni dell’avanguardia del Novecento (e di innestare sulle stesse anche ispirate intuizioni personali) consente alla Horn di confezionare un prodotto che merita di essere approfondito e che spazza via ogni dubbio sul talento e sulla maestria di questa artista.

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