Recensioni

I due anni passati da Forest City non sono serviti – come invece mi auguravo – a sdoganare Maria Chiara Argirò presso un pubblico non dico grande ma almeno sensibilmente più esteso. Può darsi che mi siano sfuggite citazioni e riconoscimenti fuori dalla mia bolla, ma tant’è. Passiamo oltre. Come fa lei, tornando con un album – sempre per la losangelina Innovative Leisure – compatto, stilisticamente vario eppure coeso, raccolto attorno a precise coordinate stilistiche e poetiche. Argirò ha il vantaggio di provenire dal jazz, “mondo” nel quale era (è) pianista apprezzata, quindi di saper esplorare la tastiera – e lo spettro sonoro – con padronanza e ampiezza di visione, ma ha l’intelligenza di dimenticarsene, di ripartire da zero in quanto musicista pop, ovvero alle prese con un pop “altro”, caldo e al tempo stesso robotico, frizzantello e misterioso, intimo e atmosferico.
Nel suo percorso artistico sembra insomma l’avatar di se stessa, un po’ come la rappresentazione musicale di una virtualizzazione, un dissolversi di appigli, di luoghi, che nella immaterialità del suono cerca di organizzare una nuova densità, una consistenza. A partire dal bisogno di prossimità, di reciprocità. Se c’è un tema in Closer è appunto questo: il bisogno di ridurre la distanza implicita nella dimensione metropolitana, nella trama neo(iper)capitalista, nell’epoca della connessione. Una necessità intrisa di rimpianto, dal senso di impotenza causato dalla consapevolezza che, beh, ci stiamo tutti dentro, nodi della rete, connessi e quindi distanti. Tutti più o meno fottuti.
Ne consegue che l’unica possibilità per mantenere calda la speranza è procedere una tregua alla volta, rannicchiarsi in una dimensione onirica che ci strappi all’ipnosi della rete: che è appunto quanto sembra suggerire in filigrana la title-track, col suo avanzare accorto e rapito, con le stratificazioni soniche radiose che rimandano a certe trepidazioni Lali Puna, a un bisogno di vicinanza sensuale – già – costantemente differita dalla reciprocità virtualizzata.
Le coordinate stringono sulla cuspide tra anni Novanta e Zero, quando si consumò – anche solo simbolicamente – il turning point della digitalizzazione, cui la folktronica (di un Four Tet ad esempio) guardava con apprensione pari al senso di scoperta. Ma non mancano rimandi agli Eighties, come fa l’iniziale Light, euforia danzereccia tra riff di tastiera pastello e sbuffi assorti di tromba. La tromba è appunto l’elemento analogico che vibra nell’intercapedine tra reale e artificiale, come accade anche in Koala (a passo claudicante in una strana rarefazione, come un Fennesz domesticato, la voce al confine tra sonno e veglia) e nella conclusiva, bellissima Floating, dove la voce vocoderizzata sprimaccia malinconia jazzy tra emulsioni sintetiche crepuscolari.
Non viene mai meno un certo retrogusto giocoso, come se il processo di astrazione di sé iniziasse proprio partire dalla gamification di ogni aspetto del vivere, come pare dirci Grow, mambo androide punteggiato di apparizioni vocali iridescenti – come fosse un aidoru fluo, dolciastro e inafferrabile – su un sostrato di synth amarognolo, o appunto in Game, tra gli arpeggi dronici e la voce avvolta in un bozzolo cibernetico, tutto un consegnarsi al tempo incessante e ciondolante, allo scroll infinito e snervato. Tempo che – appunto – in Time è reiterazione stolida e intimamente frantumata da un estro jazzy febbrile e minimale.
Far emergere questa frantumazione può essere una chiave, un metodo, per lasciare filtrare nell’esitazione del processo le particelle elementari della percezione, come sembra accadere in Sun, col suo patchwork sonico/ritmico scheggiato, una specie di recupero documentale/mnemonico quasi The Books, e come sembra compiersi in Air, sorta di carillon ascensionale Terry Riley germogliato nel cuore di una IA narcotizzata, nel suo sogno allucinato, spettrale.
Ho lasciato per ultima September, una malinconia eterea Notwist sul punto di dissolversi nell’aria, con la promessa di un residuo fisso struggente e molecole ritmiche che vanno a pescare senza riguardi nel retrobottega della memoria (presupponendola anche in chi, per motivi anagrafici, non ne è fornito): al di là dell’effetto wormhole, che mi strappa alla mezza età e mi spedisce dritto sulla linea d’ombra dei miei circa vent’anni, è uno di quei pezzi poco appariscenti, quasi riluttanti, che stabiliscono la sostanza di un album, il suo peso specifico. Che è, lo avrete capito, di assoluto rilievo.
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