Recensioni
Blues, tanto d’arsura quanto d’umidità, freak folk inglese, canzoniere popolare e monodia; la sua pronuncia cantautorale si piega a queste pratiche come un cerino sotto la pioggia. Una diteggiatura cordiale e al tempo stesso giocosa porta alla mente un Terry Reid strinato sulla lunga distanza dal revival, oggi un po’ calante. Il veneziano Iacampo ha un dono, vinto sul tratto di gioco a lui più congeniale, quello live, che non tutti possono sfoggiare a bocce ferme: ha una bella tecnica. Valetudo, ultima fatica a due anni di distanza, era più swingante di tanto altro materiale precedente da lui pubblicato a suo nome o sotto altri moniker. In quell’occasione vero il set pretendeva un manierismo e un camerismo plausibili, dove le ridondanze dei legni incontravano la cera pingue e rubizza di Marco, oggi più che mai su un suo crinale emozionale.
Lo showcase al Gattò, che chiude la rassegna musicale del locale, inizia fra spritz e salumi con brani di ultima composizione: Mondonuovo, Trecento, Amore in ogni dove. Iacampo è solo e in piedi, con la sua chitarra classica a tracolla a fargli da compagnia; nell’antisala, dove si servono drink e i respiri s’addossano l’un l’altro, Marco sa mettere in pratica una cifra esperenziale unica, ed era proprio quello che mi attendevo da lui. È lì spilungone, mezzo veneto mezzo molisano, a raccontar storie, come quella di Soltanto io, dove il suo Boccherini si cruccia fra giochi di idee e simboli (più del Boccherini stesso), registri verticali, rilegature e commiati prudenti. O come la storia di Bello addormentato dove il Nostro è capace, sempre nel suo frugale prestarsi, di proporre un classico lirismo di coroncine rese così pop da rimanere quantomeno puniti. Il suo stile consiste nel non perder minuti con le cure strofiche, andando dritto sui motivi; una composizione di legati e scale, la sua, dominata da diminuite arpeggiate. Pescatore perfetto, liberamente ispirato a The Compleat Angler di Izaak Walton, cerca ad esempio di ridare attesa e gagliardia senza cantarla, facendo pesare tutto sull’immaginario collettivo di chi ascolta.
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