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A quarant’anni dal suo primo grande successo, possiamo affermare che Marc Almond ha più vite dei gatti. Più volte ha rialzato la testa, in particolare dopo il grave incidente in moto che ebbe negli anni Duemila; ha sedotto il pubblico con brani autografi e riuscite cover anni Sessanta (la sua specialità, visto che lo portano spesso nei primi posti delle hit parade) e lo ha trascinato a seguire le sue passioni, ora la chanson francese, ora i classici del novecento dell’ex Unione Sovietica, in veri e propri dischi cult. Capace di alternare opere cupe ed elettroniche ad altre più ariose e acustiche, di passare da una poesia in musica di Paul Verlaine a un remake di un classico dell’italo-disco come Get Closer di Valerie Dore (sì, ha fatto anche questo), ha influenzato più o meno direttamente una schiera di artisti che vanno da Jarvis Cocker ad Anhoni, passando per Patrick Wolf e i My Life Story, ha reso cool per il pubblico anglofono l’opera di Jacques Brel, Aznavour e Serge Gainsbourg e ha continuato l’opera di David Bowie nella valorizzazione di un’autentica icona, il crooner Scott Walker.

Anima tormentata dalla biografia turbolenta, aveva già un curriculum di tutto rispetto nel 1988 quando approdò alla Emi dopo due album e alcuni Ep alla corte di Virgin Records – aveva fondato un seminale duo synth-pop insieme a Dave Ball, i Soft Cell, ma aveva inciso anche due album con un supergruppo che comprendeva anche Matt Johnson dei The The (Marc and the Mambas) e collaborato con Nick Cave, Lydia Lunch, i Bronski Beat e Sally Timms. Sette anni che lo hanno visto maturare come autore e come interprete, grazie alle lezioni di canto che hanno reso le sue performance calde, appassionate e sempre più disciplinate, ma di alterne fortune dal punto di vista squisitamente commerciale: per quanto apprezzato dalla critica, il fascino sinistro di Mother Fist and Her Five Daughters (il suo personale Berlin) del 1987, intriso di citazioni colte e lanciato dal video ammiccante a dir poco di Ruby Red, purtroppo non andò oltre il quarantunesimo posto in patria.

The Stars We Are, il quarto lavoro solista dell’artista di Southport, è il suo più accessibile e coeso fino a quel momento, e resta ancora oggi uno dei suoi album ideali da consigliare a un neofita. Il perché è presto spiegato: la produzione è solare il giusto, non ci sono sbavature e c’era la benedizione di Tris Penna (già al lavoro con i Pet Shop Boys), incoraggiante e severo consigliere, e Clive Black, figlio del mitico Don Black che scrisse testi per John Barry. Le canzoni sono pop, ma un pop prezioso, spesso con parsimonia di accordi ma con un’attenzione impeccabile al vestito (un synth-pop da salotto, umanizzato da inserti d’archi e di fiati). La band che lo accompagna, La Magia, è ciò che resta dei Willing Sinners – non c’è più Martin McCarrick, che da quel momento in poi si terrà indaffarato con Siouxsie and the Banshees e i Therapy?, ma al piano c’è ancora (per l’ultima volta) la talentuosa Annie Hogan, che compone la musica di due dei migliori momenti della collezione (Only the Moment, lanciata come singolo, e la splendida bonus track The Frost Comes Tomorrow), e si fa sentire la mano dell’arrangiatore Billy McGee, al fianco di Marc fino a Tenement Symphony del 1991. Gran parte delle registrazioni ebbero luogo al Matrix Studio londinese, dove ai tempi si aggiravano spesso Adrian Sherwood e l’eccentrico Lee “Scratch” Perry e dove anni prima Marianne Faithfull incise Broken English.

Stavolta c’era anche il singolo giusto per (ri)conquistare il pubblico statunitense, meno fedele rispetto a quello europeo, vale a dire Tears Run Rings. Quasi Hi-nrg, graziato da un buon remix di Justin Strauss buono per le radio e per le piste da ballo, è uno degli episodi più memorabili insieme alla title-track, alla confidenziale These My Dreams Are Yours (con la partecipazione vocale di Victoria Wilson-James, più tardi impegnata con i Soul II Soul nella loro hit A Dream’s a Dream) e l’esotica She Took My Soul In Istanbul (qui Marc fece il furbo: la voce femminile che lo accompagna, attribuita alla misteriosa Suraya Ahmed, è in realtà la sua velocizzata). Bitter Sweet e The Sensualist sono quanto di più vicino a His n’ Hers e Different Class dei Pulp, mentre la mini-operetta Kept Boy con Agnes Bernelle, in cui Marc Almond interpreta il ruolo di un cinico gigolò e lei quello di una donna ricca che lo tiene al guinzaglio, ha senza dubbio avuto influenza su alcuni degli episodi più giocosi e cabarettistici che troviamo nei dischi dei Divine Comedy di Neil Hannon.

The Stars We Are è ricordato anche perché contiene l’ultima incisione di Nico, che duetta con Marc in Your Kisses Burn. Lui era un suo fan sin da ragazzino, da quando acquistò Chelsea Girl e The Marble Index, e riuscì a rintracciarla a Manchester; lei rispose entusiasta all’appello, anche se la registrazione fu tutt’altro che semplice perché lei non imparò il testo e rimase a lungo in bagno alle prese col metadone, ma il tutto venne sigillato con una foto che ritrae i due cantanti mentre giocano a biliardo. La cantante e attrice tedesca, già musa di Andy Warhol e madre di un figlio, Harry, avuto da Alain Delon, morì tragicamente pochi mesi dopo a Ibiza andando in bicicletta. Mark Lanegan e Beth Orton realizzarono una cover di questo brano, ancora oggi magico e intenso, diversi anni dopo. Oltre ai brani autografi c’è una cover, quella di Something’s Gotten Hold of My Heart di Gene Pitney, che era già stata proposta in alcuni concerti ma poi accantonata, anche perché Nick Cave aveva reinciso il pezzo con i Bad Seeds in Kicking Against The Pricks. Se la prima edizione dell’album contiene una versione cantata dal solo Marc, la ristampa del 1989 comprende invece un duetto con l’interprete originale del brano, che arrivò al primo posto nelle charts britanniche ed ebbe un buon riscontro in tutta Europa.

Cherry Red, etichetta indipendente con una lunga storia alle spalle e che da anni ha riproposto al pubblico album storici con l’aggiunta di materiale extra, ha pubblicato una meritoria riedizione di The Stars We Are con un buon numero di chicche per collezionisti – remix, versioni alternative e mix 12”, più alcune b-side già presenti nella compilation Treasure Box del 1995. Sembrava che ormai non fosse più consuetudine offrire ai fan un DVD con i videoclip che accompagnarono l’uscita dei singoli, ma stavolta c’è anche quello – e abbiamo l’opportunità di guardare entrambi i video di Tears Run Rings, quello della title-track, più quelli di Bitter Sweet, Only the Moment e del celebre duetto con Pitney. Ad arricchire il soft pack c’è anche un libretto con nuove note a cura di Jeremy Reed. La rimasterizzazione di Oli Hemingway restituisce un suono pulito all’album e al materiale extra, forse un po’ sbilanciato a favore degli acuti ma senza comprimerne la dinamica.

In stato di grazia, Marc Almond nel 1988 ha consegnato un disco che è a suo modo un primo spartiacque nella sua carriera. L’ultimo con una band di fidati musicisti prima di sperimentare e avventurarsi in un album dal sapore world music riuscito solo in parte, Enchanted, che lo vide lavorare per la prima volta con i francesi Pierre et Gilles (realizzarono la copertina e l’iperstilizzato video di A Lover Spurned) e riavvicinarsi all’ex compare Dave Ball (artefice di un remix di Waifs and Strays). Il successo tornò con la produzione opulenta di Trevor Horn in Tenement Symphony (in scaletta un’altra cover anni Sessanta, The Days of Pearly Spencer, ancora una volta una hit da Top 5) e il sontuoso live alla Royal Albert Hall. In attesa di conoscere le prossime mosse dell’artista inglese, la nuova deluxe edition è una bella occasione per (ri)ascoltare uno dei suoi apici.

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