Recensioni

Che musica fa, Marc Almond? Ecco una tra quelle domande cui è davvero difficile dare una risposta. Lo era già negli anni Ottanta, quando partendo dal synth-pop dei Soft Cell l’artista di Southport si ritrovò presto alle prese con canzonieri eccentrici (Syd Barrett, Peter Hammill) e di lusso (Jacques Brel, Scott Walker, Lou Reed) in compagnia dei Mambas, ad anticipare di un decennio il ritorno dell’orchestra nel pop con i Willing Sinners, a fare il crooner e ad arrivare primo in classifica con una hit di Gene Pitney ricantata con l’interprete originale, ad esplorare la canzone francese per poi tornare al pop elettronico con l’ex compare Dave Ball e Trevor Horn in Tenement Symphony. Senza sosta, tra trionfi e insuccessi, sono poi arrivati due dischi di canzoni dell’ex Unione Sovietica, un album di poesie musicate con Michael Cashmore, cover di brani amati in gioventù, materiale originale e tantissime collaborazioni. Eppure una lacuna nel suo curriculum c’era, piuttosto vistosa per un fan di Marc Bolan e David Bowie come lui: non era mai entrato in uno studio di registrazione con Tony Visconti. C’erano riusciti all’inizio degli anni Duemila i Prefab Sprout, ci riuscì Morrissey con Ringdleader of the Tormentors, ma lui no. Dev’essere stato un momento magico, emozionante, quando i due hanno iniziato a lavorare sulle prime due canzoni che troviamo in questo The Dancing Marquis: più di un EP, poco meno di un album, è una sorta di mini-compilation, un album di fotografie che tenta di mettere in risalto le varie anime di Mr. Almond.
Il passato e il presente, l’amore per il glam e la consapevolezza di saper ancora scrivere una canzone pop che si rispetti (grazie anche all’ormai collaudatissima partnership con Neal X dei Sigue Sigue Sputnik) si fondono alla perfezione nei due pezzi in apertura. La trascinante title track è un omaggio a Henry Cyril Paget, quinto marchese d’Anglesey – narcisista e sessualmente ambiguo, stravagante “pecora nera” della sua famiglia, amante del teatro e della bella vita, del ballo e del cross-dressing, che si spense a soli trent’anni – e a tutte “le stelle ribelli”, incluso se stesso: a dirigere l’orchestra c’è un vecchio amico, il violoncellista Martin McCarrick, già tra i musicisti di Torment and Toreros del collettivo Marc and the Mambas e in seguito alla corte di Siouxsie and the Banshees e dei Therapy. Ma è Burn Bright il vero classico da antologia, una ballad dalla scintillante malinconia e dal chiaro DNA bowieano arrangiata magistralmente da Visconti e con la presenza di Gini Ball, ex moglie del tastierista dei Soft Cell, al violino. La sfilata di presenze direttamente dal passato continua in Tasmanian Tiger – con il fedele Martin Watkins al pianoforte e all’Hammond e l’arrangiamento di Tris Penna, personalità chiave nella riuscita del brillante The Stars We Are del 1988 – quando all’improvviso il clima cambia e arriva Worship Me Now, una collaborazione inedita con Jarvis Cocker. È firmata dal frontman dei Pulp, presente anche ai cori, ma suona più almondiana che mai: sulla carta poteva essere un ritorno alla dirompente freschezza dell’erotic cabaret dei bei tempi, in pratica mette in fila un po’ troppi cliché. Carl Barat è un altro “nuovo arrivato” – ma fino a un certo punto, visto che l’ex Libertines era tra gli attori di Pop’pea (la sua parte era quella di Nerone) insieme a Marc (Seneca) – ma se la cava molto meglio, con la sua Love Is Not On Trial che dimostra un certo talento nel cimentarsi con stili per lui inconsueti e nel confezionare un anthem epico. Bolan dei T-Rex è il destinatario dell’omaggio di Death of a Dandy, quarta e ultima canzone già presente nell’EP Tasmanian Tiger.
Non è la qualità dei brani il problema di The Dancing Marquis, e nemmeno quella delle performance (sempre all’altezza). È nella sua natura frammentaria, nella difficile coabitazione tra stili e suggestioni troppo differenti e nel finale affrettato (So What’s Tonight e Idiot Dancing, dalla produzione più grezza e confusa rispetto al resto del materiale). Dei due remix di Worship Me Now è il primo, firmato Starcluster, a funzionare meglio. Marc Almond è sempre andato in più direzioni, anche in contrasto tra loro, e in tempi recenti ha partecipato a un progetto discografico di John Harle, The Tyburn Tree, e ha pubblicato Ten Plagues, complesso ciclo di canzoni sulla peste nel Seicento (con riferimenti all’isteria sull’AIDS degli anni ’80) composte da Conor Mitchell. Sarebbe stato meglio concentrarsi su un progetto alla volta, ma ormai è andata così: uno dei performer più coraggiosi e vocalmente dotati che l’Inghilterra ci ha donato negli ultimi decenni consegna l’ennesima prova cui manca qualcosa. The Dancing Marquis è per i fan che non hanno acquistato le release in vinile in edizione limitata tra il 2013 e l’inizio del 2014 e pochi altri; per i non adepti, si resta in attesa di una retrospettiva (nei piani da tempo, puntualmente prima rimandata e poi cancellata) che riesca a presentare finalmente il meglio dell’opera solista di Almond in maniera ordinata e fruibile.
Amazon
