Recensioni

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Ci sono dischi attesi e ci sono dischi attesi, ma al varco. Che non è proprio la stessa cosa. L’antefatto lo conoscono tutti. Il musicista-icona del rock alternativo italiano almeno per la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000, l’uomo che cantava che il pop uccide l’anima, ha deciso in un bel momento di fare il giudice a un talent show, quel format musicale che idealmente unisce i danni di Sanremo a quelli del karaoke e pure dei reality. Che dire. Spregiudicato. Spavaldo quanto si vuole. Dotato di un certo talento per il risultare antipatico a molti, e di un ego espansivo. Di certo tutto tranne che sprovveduto, però, l’Agnelli. Che sapeva meglio di noi a quali critiche sarebbe andato puntualmente incontro, che i più inferociti sarebbero stati molti suoi (a questo punto ex) fan ed estimatori, e il fatto che dal suo nuovo profilo TV sia nato anche un programma come Ossigeno, non proprio all’ordine del giorno per la nostra emittente di stato, sarebbe stato considerato tutt’al più come attenuante in questo processo alle intenzioni e al personaggio che tiene banco su tanti social tra cui i nostri, e non certo come prova per l’assoluzione…

In tutto ciò il leader degli Afterhours, ormai progetto e non più band, diventa pure il mentore di uno dei più conclamati e contestati fenomeni commerciali della musica italiana (avete capito di chi parlo senza nemmeno che li nomini… non l’ho mai fatto di mia sponte in nessun pezzo e vorrei continuare questa tradizione a cui tengo tantissimo). E allora hai voglia di rinfacciargli versi di canzoni, dichiarazioni passate e presenti – e pure future, che già che ci siamo ci portiamo avanti…. Anche questo lo aveva messo in conto il Manuel – l’articolo davanti al nome di persona lo mettiamo perché fa molto milanese che ammazza il sabato – che è abbastanza sicuro di sé (eufemismo) da andarsene, fottendosene, per la sua strada. La strada che lo porta addirittura a fare un disco da solo senza gli Afterhours. Intitolato con una frase evangelica (cioè, dal bestemmione di 1.9.9.6. passiamo alla citazione religiosa: sta pure inseguendo Ferretti, avrà pensato e detto qualcuno, lo vedremo chissà dove ecc. ecc. ecc. Detrattori, avanti marsh!).

Chi non ha avuto pensieri funesti e una distopia del genere in mente alla notizia dell’uscita di questo disco e prima di ascoltarlo, o ha per indole una fiducia illimitata nel suo prossimo – potremmo dire evangelica – o ha deciso di concederla chissà perché proprio a Manuel Agnelli (magari perché a quei dischi degli Afterhours tipo Hai paura del buio? o Quello che non c’è vuole ancora troppo bene?). Oppure mente. Oppure, con più equilibrio, ha deciso di mettere tutto in stand-by e concentrarsi sulla sostanza di un disco nato senza programmi e frutto del lockdown e di un certa libertà creativa data da un’inaspettata solitudine, ben più che dei vituperati trascorsi televisivi del suo titolare….

Un album che tratta in modo dannatamente serio temi contemporanei e lo fa pure cogliendo nel segno. C’è un pezzo, sì, che ammicca verso sonorità un po’ fastidiose, e si chiama Lo sposo sulla torta. Ma è uno, appunto. Cominciamo dal pezzo che convince meno e passiamo a uno che invece colpisce dove deve. In ambito di cantautorato italiano, più o meno mainstream, perché questa è ormai la dimensione, ho l’impressione che non sentiremo prossimamente molti pezzi migliori di Milano con la peste. È possibile anzi che non ne sentiremo affatto. Migliori non solo musicalmente, si intende, ma nel dare una descrizione più viva di cosa può essere stato il periodo della pandemia a livello emozionale prima e sociale poi (l’illusione che ne saremmo usciti migliori, autentica all’inizio e poi andata a farsi inesorabilmente maledire). E a proposito di presa sulla contemporaneità, nei due pezzi che trattano il tema della guerra, Serodonetsk e Guerra e popcorn, Agnelli arriva per due vie opposte a fotografare efficacemente il momento che viviamo, che si tratti dell’uomo che cerca di resistere mettendo nel cassetto il proprio cuore e chiudendolo a chiave o nella coppia di indifferenti che si divertono e «si vedrà quando toccherà a noi».

La penna che conoscevamo bene insomma è tornata: graffia dove deve, brucia dove vuole e liscia quando deve inoculare dolcemente i suoi ossimori, la velenosa dolcezza delle ballate d’amore sbagliate in cui il Nostro, oltre che di saper cogliere i nervi scoperti o i nodi misteriosi delle relazioni, dimostra da sempre un certo stile, tra la narrazione sfuggente, le immagini carnali e le intuizioni d’autore che ne hanno fatto la fortuna (dalla vecchia Pelle, per intenderci, fino alla title-track di oggi, a cui facciamo riferimento). Se quelli mandati avanti prima di tutti in anteprima sono stati i brani tesi e postpunk (Signorina mani avanti) o quelli discordanti e fragorosi (Proci), il cuore di questa prima prova solista di Agnelli lo si ritrova, in tutti i sensi, nelle ballate guidate dal piano e accompagnate dalle orchestrazioni di Rodrigo d’Erasmo, dalla fine, con la title-track, all’inizio, con Tra mille e mille anni fa, che si riconciliano con una certa chanson d’amour italica («mi troverai in ogni vita che vivrai» è un verso che avrebbe un retrogusto sanremese se su parole e musica non fosse impressa chiaramente la firma agnelliana) se non addirittura con il melodramma, per come Manuel gorgheggia basso e lirico in Pam Pum Pam, dove la melodia e l’arrangiamento orchestrale ci riportano un po’ agli anni sessanta della nostra canzone. E da questo punto di vista torniamo su Milano con la peste che, ci sentiamo di dire, è un po’ il gioiello malato, e per questo più brillante, della scrittura di questo disco.

Ama il prossimo tuo come te stesso è un titolo ironico perché a quanto pare il suo titolare non si ama molto (oddio, riesce a starsi sui coglioni pure da solo, diranno quelli del discorso indiretto di sopra…) ma in quel doppio senso che ci svela lui stesso si riassume quello che esce in musica da queste dieci canzoni, un ritratto molto più onesto e veritiero di tutte le dichiarazioni stampa e dei giochi con i media. Un ritratto che brucia come nella copertina, comunque vivo, di qualcuno che prova a fare cose nuove, scrollarsi di dosso abitudini, mettersi alla prova in un altro contesto, liberarsi (senza per questo esagerare nell’estremo opposto, come ha spiegato sempre in conferenza stampa), fa i conti con l’età senza nemmeno farsi così tanti sconti (il testo della title-track dà una bella idea di che cosa sia l’invecchiare), e soprattutto rispecchia se stesso nelle sue tante curiosità musicali. Come il pianoforte, strumento (mal)trattato in quella specie di duello tra la voce e il resto che è Proci, o punto di partenza delle melodie più toccanti.

Ritratto certo sopra le righe e spesso poco accomodante come il personaggio, un «uomo di spettacolo» come a un certo punto canta ma, soprattutto, e se lo ricorda in questo disco, un (cant)autore. Vero. Quello che è oggi l’Agnelli è qui, tra una foto con il suo faccione in fiamme, l’autocitazionismo nichilista – per cui in Signorina mani avanti canta «Cerca – forse trovi quello che non c’è / se non cerchi niente – trova me» o fa del riff di Male di miele opportunamente rallentato e remixato la spina dorsale di Severodonetsk – e i pezzi audaci e insolenti come una Proci, sorta di Sinfonia dei topi incazzata dove tra reminiscenze omeriche, prog, noise e coprolalia post-infantile ci consegna un ritratto dell’inane classe intellettuale italiana di oggi (sintomo se non causa del motivo per cui ci siamo ridotti così), che ha assolutamente un quid diverso, e di più quando si ascolta nel contesto dell’album. Ragionando nel complesso, se una sua logica l’ha pure Signorina mani avanti come pezzo, forse il più Afterhours del lotto, La profondità degli abissi invece si fa apprezzare quale pezzo guida di questo corso semi-nuovo, come una sorta di collage in cui gli spunti disseminati nei dieci pezzi – i riff di piano, le orchestrazioni, le melodie ariose, il noise, le percussioni elettroniche – si trovano in un concentrato coerente e omogeneo. La parte per un tutto che dimostra una sua solidità di intenti e risultati, e sì, dà un senso a questa inedita avventura solista di cui potremo vedere a breve, pare, nuovi sviluppi.

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