La libertà di sapere chi sei. Manuel Agnelli parla del suo album solista
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Tommaso Iannini
- 1 Ottobre 2022
«Manuel Agnelli è uscito dal gruppo.» Avevamo il titolo già bello che pronto, ma talmente scontato e banale che non era proprio il caso. È vero, il Manuel nazionale, ormai perfino troppo nazionale e soprattutto nazional-popolare per tanti, per la prima volta pubblica un disco a suo nome senza l’ombrello della banda di cui è sempre stato il leader. Gruppo che nell’ottica di molti, sempre più avrebbe plasmato a sua immagine: e invece non è così, o non lo è fino in fondo, se anche per ammissione dell’interessato, tra l’Agnelli leader e l’Agnelli cantautore non c’è vera rottura a livello di personalità, ovviamente, e nemmeno a livello estetico. Piuttosto, una libertà di movimento – non si sa se più inconscia o fattiva, ma percepita come tale e resa oggetto discografico con la solita ostinata determinazione.
Manuel crede ancora nel progetto Afterhours: con i suoi tempi e con i suoi modi, però, che potrebbero essere lunghi, mentre l’avventura solista potrebbe avere un seguito molto più ravvicinato. Sentire dalla sua bocca che gli Afterhours non sono più un gruppo ma un progetto, un «progetto pesante» addirittura, e si potrebbe dire quasi secondario, a questo punto, un certo scalpore lo fa. Nella conferenza di presentazione del debutto da solo, intitolato Ama il prossimo tuo come te stesso, Manuel è diretto come suo solito; tranne curiosamente, quando gli chiedono un parere sui suoi famosi protegés di X-Factor. Potete leggerlo in un post dedicato se proprio ci tenete: è il momento di gran lunga meno interessante e più fumoso dell’incontro con giornalisti di tutte le testate, dai quotidiani alle riviste specializzate, al mondo del web, in cui ci siamo anche noi; ne riprenderei solo il commento post elezioni sulla sinistra («penso che quello che stia succedendo sia una grande occasione, per tornare ad avere un minimo di contenuti, e per tornare ad avere un minimo di senso») perché si lega ad altre considerazioni legate ai temi dell’album.
Di tanti vecchi versi che oggi la gente ama ritorcergli contro dopo le partecipazioni sanremesi e la famigerata parentesi – che ora sembrerebbe archiviata – da giudice di talent show, il vecchio adagio per cui «se c’è qualcosa di immorale è la banalità» sembra fortunatamente resistere ancora. Agnelli banale lo è poco, nel bene come nel male. E anche quando le cose parrebbero scontate, non lo sono così tanto. Come la frase che un signore – i più lo scrivono Signore con la s maiuscola – a cui l’Agnelli anni fa intimava di arrendersi agli architetti, le archistelle che oggi hanno gentrificato implacabilmente Milano.
Parliamo del famoso undicesimo comandamento del Vangelo che dà il titolo al disco e presta un «claim micidiale». La cosa paradossale è che nel suo essere ripetuto cliché da oltre duemila anni, quel monito non è mai stato seguito per davvero – e, agli occhi di ha scardinato certi codici del rock e della canzone italiana, assume connotati al limite del situazionismo.

«Cercavo un titolo che rappresentasse naturalmente il disco che ho scritto e composto guardando tutto quello che stava succedendo nella mia vita e intorno a me: un titolo che raccogliesse tutto quello che stavo raccontando. Ho trovato questa frase perfetta per me, perché c’è un doppio senso, c’è dell’ironia: se ti ami così – e io non mi amo troppo – allora è meglio che non ami il prossimo tuo allo stesso modo… Questo è un po’ il senso: lo si legge nella copertina dove ci sono io che brucio. Tra l’altro è la prima volta che in copertina metto il mio faccione in trentacinque anni, ho aspettato di averne cinquantasei, prima non ero abbastanza interessante… [risate generali, NdSA] Ma soprattutto direi che è una frase di una potenza devastante e che non si è mai consumata – non è mai stata consumata, perché non è mai stata realizzata. L’ho rubata volentieri a quello là che me l’ha prestata volentieri – senza royalties, per una volta – perché secondo me rappresentava molto bene il mio disco e tutti gli argomenti di cui stavo parlando. Era una frase forte e proprio il fatto che non l’avessi inventata io ma che fosse in passato una frase fatta, retorica, e che oggi ritorna di una contemporaneità devastante, mi è piaciuto, mi ha fatto sentire utile, nel mio piccolo. Recuperiamo delle cose che sembravano scontate e invece non lo sono per niente. La libertà è una di queste, per esempio. Riconcentriamoci su queste cose: ecco, questo è il riassunto di quello che volevo raccontare con questo disco. Sono tutte storie d’amore dove io uso la parola amore finalmente senza vergogna, senza doverci costruire un concetto intelligente, interessante e strano per giustificare la parola amore. Che non è messa in posti strani, sta dove deve essere e anche quella non è scontata».
Oltre al titolo e alla copertina, anche il retro così osé non poteva passare inosservato. «Siamo io e la mia compagna al Boot di Williamsburg dopo il concerto di Greg Dulli al Warsaw nel 2002. Il Warsaw è un centro sociale che si trova nel quartiere polacco di Williasmburg, a Brooklyn. Che altro vuoi sapere, cosa è successo dopo, la mamma non ti ha raccontato niente…?» La conversazione prosegue ovviamente sul tono scherzoso: «Andava bene come copertina? No, ero troppo giovane per mettermi in copertina, chissà cosa avreste detto… La foto ti piace? Guarda solo me, mi raccomando».
Se il titolo riassume il significato delle diverse canzoni, il concetto intorno a cui si è sviluppato questo progetto solista è quello di libertà. La libertà è una chiave che fa girare tutta l’idea di questo lavoro. «È il fatto di riuscire a liberarsi anche da un’idea di me stesso. La mia nei confronti di me stesso ma anche la vostra nei miei confronti. In tutti questi anni sono stato felicemente sposato con gli Afterhours, poi ho avuto questa lunga e intensa parentesi televisiva e quindi ora c’è di me un’immagine di un certo tipo. Fare un disco da solo mi permette di recuperare una certa libertà anche rispetto a quello che ho già fatto, perché anche le cose belle alla fine ti ingabbiano. Molti di voi avranno trovato strano che questo disco non sia uscito con il gruppo e che io quest’estate non sia stato in giro con gli Afterhours».
«Molti pezzi della band li ho scritti io e li sento miei, anche se a volte è difficile fare qualcosa di veramente nuovo senza forzarsi, senza fare, che so, il disco reggaeton o musica elettronica sperimentale come fanno molti che vogliono uscire dal cliché di se stessi. È molto difficile se si collabora con gli stessi musicisti, perché soprattutto quando sono talentuosi e sono in gamba, hanno già una personalità definita e giustamente la vogliono sottolineare, e quindi tu parti a scrivere i pezzi, a comporli e arrangiarli con un suono di chitarra che sai già come sarà, perché a un musicista di talento quello spazio lo devi dare». «Oppure pensi a un suono di batteria che sai già come sarà. Parti comunque con delle cose che sono già decise, manca la sorpresa, lo stupore, manca la possibilità di uscire veramente da una formula che per quanto felice alla fine diventa una gabbia dorata – e quindi rifai sempre le stesse cose. Ho scelto di fare questo disco con delle sonorità che comunque mi appartengono e appartengono anche agli Afterhours, ho voluto un album non di rottura ma di continuità, però libero, è questa la cosa principale… La libertà è la possibilità di essere se stessi, probabilmente, senza andare a cercare cose molto più difficili. Essere se stessi non vuol dire che gli altri te lo lascino fare o che tu ti prenda questo diritto, ma significa che tu ti riconosci, sai chi sei».
Agnelli chi è lo sa benissimo, anche nell’inquietudine di cui parla a un certo punto, e come ha anche cantato in un pezzo degli Afterhours, ed è una cosa declina in tutti i modi, qualunque sia l’argomento introdotto dai suoi interlocutori. Non si poteva che cominciare dal perché di questo primo album da solo. Glielo chiede subito Marco Giallini. È infatti il celebre attore che introduce Manuel sul palco del Teatro Filodrammatici di Milano, e inizia la conversazione collettiva facendogli le prime domande e ricordando la prima in cui vide gli Afterhours vestiti da bambine, quando Manuel, ricorderà a una giornalista della Gazzetta dello Sport si era messo a praticare arti marziali perché «ci volevano menare tutti e per noi che eravamo dei terroristi, molto più duri musicalmente di oggi ma nell’Italia dell’epoca». «Perché hai aspettato tanto a fare l’album da solista?», domanda Giallini. «Perché è stato un caso farlo», è la prima risposta. «C’è stata la pandemia, che ha rallentato i tempi e ci ha chiuso in casa. Allora ho cominciato a scrivere senza pensare a dove sarebbero finite le canzoni, non avevo un progetto in testa perché non sapevo quando sarebbe finito il lockdown, e quindi ho cominciato a scrivere liberamente, un po’ come quando ero ragazzino, scrivevo musica ma non avevo la possibilità di fare dischi e non sapevo se i miei pezzi qualcuno li avrebbe mai ascoltati. Quando ho deciso di arrangiare i pezzi, non avendo la possibilità di incontrare altri musicisti, e quando non avevo ancora uno studio in casa – mentre adesso ce l’ho – ho cominciato a suonare materiali soprattutto da cucina, mestoli, coperchi delle pentole, bidoni della spazzatura, tirando fuori dei suoni che mi dessero un certo tipo di carattere».
«Quando ho riascoltato queste cose con l’idea di chiamare un batterista vero in realtà quei suoni mi sono piaciuti molto, mi sono detto: “Perché deve suonarle un altro queste cose, a me stanno piacendo tanto” e così ho cominciato a ragionare sull’idea di un album solista. Poi qualcuno ci ricama sopra tutte le storie possibili immaginabili, ma io ho deciso una mattina – anche perché io di mattina dormo… – adesso faccio l’album solista. Non ci ho mai pensato. È successo e sono felicissimo di averlo fatto. Non è l’ultimo, è solo il primo». Più tardi ribadisce. «Non ho avuto uno schema. Era importante che questa cosa non fosse progettuale, non avesse degli standard e delle gabbie da rispettare, niente, e infatti è un disco che è cresciuto nel tempo, piano piano, aggiungendo particolari, sostituendone altri, e anche buttando via parecchia roba, non solo le canzoni ma anche un’idea di arrangiamento, che magari avevo fatto ma che ho buttato via all’ultimo momento. È veramente nato non per caso, ma in maniera casuale. È difficile mantenere questo metodo perché se dici “Voglio fare un disco tra due anni” ti devi organizzare in qualche modo. Cercherò però di farlo, di non darmi scadenze e di lavorare sulla musica in maniera molto libera.»

Gli Afterhours sono «un progetto pesante, molto pesante,» e certo Manuel non vuole rompere con il passato. «La continuità c’è nel fatto che molte delle canzoni del repertorio Afterhours sono mie (l’ottanta per cento almeno di quelle che fanno parte del repertorio: il cento per cento se vogliamo considerare la mia presenza, e l’ottanta per quanto riguarda la mia presenza esclusiva…) e quindi era inevitabile, perché quello è il modo scrivere. Alcune cose sono venute più Afterhours perché naturalmente sono mie. Ci sono diversi spunti che sono distanti, però; Proci, per esempio, è un pezzo che non puoi facilmente ricondurre agli Afterhours, un po’ perché è soprattutto basato sul pianoforte – che è lo strumento con cui so suonare, mentre con la chitarra faccio finta di saper suonare, e non mi riesce nemmeno molto bene».
«Il piano l’ho sempre lasciato un po’ in disparte perché non è facile da portare in giro e perché avendo studiato musica classica per tanti anni ero rimasto ingabbiato in quel modo di suonare. Dopo tanti anni l’ho recuperato e inizia a diventare una cosa stimolante per me avere una conoscenza dello strumento che mi può permettere dopo tutta questa esperienza che ho fatto di usarlo in un’altra maniera, ed è così che l’ho usato nel disco, in maniera ritmica, in maniera rumoristica, o facendo i riff con il piano invece della chitarra. Penso sia una strada che percorrerò, spero, ancora più approfonditamente in futuro – quando faccio le cose da solo…»
La differenza con la band invece «c’è nel momento in cui gli ingredienti che ci metti sono diversi. Ho lavorato da solo a questo disco mentre con gli Afterhours abbiamo dei musicisti che hanno una personalità sonora molto precisa e di grande livello. Questa è la differenza sostanziale. La libertà che ci ho messo è anche la libertà di non prendere in considerazione il valore degli altri, a tutti i costi: partire da zero. Poi ho un gusto che mi sono formato musicalmente, il rock non è l’unica cosa che vorrei fare, ho suonato pianoforte classico per tanti anni, sono un appassionato di jazz… Non suono rock and roll perché è l’unica cosa che posso fare, però è la cosa che so fare meglio e sicuramente è il genere che ho scelto perché è quello con cui penso possa essere più facile per me rappresentarmi, con quei suoni e con quel tipo di attitudine. Rock and roll però vuol dire tutto e vuol dire niente, al suo interno ci sono tantissime sfumature e io penso di esplorarne il più possibile».
Parlando di sfumature cercate, il discorso cade sul canto e su come Manuel ha espresso la libertà che andava cercando con la sua voce.: «Dandole tempo e dandogli spazio» fa lui. «Nel produrre gli Afterhours la voce è sempre rimasta un po’ in coda alle registrazioni o addirittura con i mix quasi finiti. L’abbiamo sempre data un po’ per scontata. Non voglio cercare assolutamente nessun tipo di giustificazione, andava bene così e i nostri lavori mi sono piaciuti in questa maniera. Però da tantissimo volevo avere più tempo per sviluppare certi cantati e lavorare su certe sonorità. Con la pandemia questo tempo ce l’ho avuto eccome.» «È stato anche troppo se vogliamo, però col senno di poi mi è servito, mi sono riconquistato un attimo uno spazio sonoro e il fatto di fare un disco solista mi ha dato ancora di più l’opportunità di creare una collocazione per la voce all’interno del suono che sto esprimendo – un ruolo centrale non del cantato, che è sempre stato centrale all’interno degli Afterhours, ma proprio della voce, del timbro e delle sfumature che sono state sempre un po’ sacrificate, perché in una band con sei persone in cui tutti fanno tanto non è semplice trovare lo spazio. Questo tipo di situazione mi galvanizza anche per questo motivo, perché ho molto spazio adesso per lavorare sulla voce».
Proprio nel parlare della differenza tra il lavoro con il gruppo e quello da solo, viene fuori un cruccio che forse in pochi pensavano che Manuel potesse avere – anche perché è difficile che chi segue da tanto la band di cui è sempre stato il leader lo veda in maniera così stereotipata e superficiale. «Fare un disco solista e farlo in questa maniera mi ha permesso anche di dichiarare l’appartenenza di certi suoni… C’è un equivoco che è sempre stato un po’ il mio sassolino nella scarpa, sul palco la gente ci vede con me che canto e suono la chitarra acustica, e quindi sembra che in quel progetto [gli Afterhours ovviamente, NdSA] io scriva le canzoni e canti le melodie e tutti gli altri invece facciano arrangiamenti, suoni particolari, sperimentazione, noise, rumore… quindi Manuel è il canzonettaro e gli altri sono i terroristi/rumoristi». «Non è mai stato così, mai: ho sempre partecipato ai dischi facendo delle cose che poi sul palco si sono distribuite per un’oggettiva efficacia. Nel senso che se io suono la chitarra, il pianoforte e le percussioni non posso fare tutto contemporaneamente sul palco. C’è chi lo fa – Otto e Barnelli per esempio – ma io non ci riesco… Per cui è chiaro che sul palco redistribuiamo i compiti e, dovendo cantare, la parte strumentale che mi prendo in carico di solito è quella più semplice… Quindi l’accompagnamento con l’acustica o con il pianoforte. È successo e succederà lo stesso anche quando porterò in concerto queste canzoni ed è una cosa che non mi preoccupa più di tanto, però mi ha fatto veramente girare i coglioni il fatto che mi prendessero come il canzonettaro degli Afterhours».

Chiamato di nuovo sull’argomento puntualizza: «Dovrei essere un mostro per dire che non sono stato protagonista del progetto degli Afterhours e non l’ho cannibalizzato, e che alla fine quando si parla degli Afterhours non si parla di me. In realtà ho avuto sempre in ruolo di grande privilegio al loro interno con musicisti che hanno un talento straordinario – non mi mancava lo spazio e la rilevanza. Il modo in cui mi si identificava lo trovavo sbagliato, e quella cosa mi dava fastidio. Dire che “soffrivo” è un po’ tanto, non è che mi alzavo la mattina dicendo “Accidenti, quel noise l’ho fatto io, cazzo, e non me l’hanno riconosciuto…” In televisione ci si identifica con un personaggio, gli americani hanno imparato a gioirne – penso a tutti quelli che incarnano un personaggio solo in tutta la carriera e sono contenti così… Da noi in Europa siamo diversi e un po’ più inquieti, David Bowie ha cambiato sette-otto volte modo di essere, sfumature e anche cose molto più pesanti perché non si è accontentato mai».
Nemmeno Manuel sembra uno che si accontenta facilmente, anche se riconosce: «In questo paese io sono fortunato, un privilegiato, sono riuscito a suonare un genere di musica impossibile che non esiste nel mercato italiano e a farne un progetto che dura da trentacinque anni, a essere qui a parlare con voi adesso, a cinquantasei anni: sono tutte cose da privilegiato che penso però di essermi meritato in qualche modo. È chiaro che quando qualcosa funziona fai fatica a mollarla; a un certo punto devi quasi forzarti: io ce l’ho come abitudine, l’ho fatto con la televisione, l’ho fatto con lo sport, l’ho fatto anche con la musica. Cosa succederà agli Afterhours?». «Gli Afterhours sono un progetto interessante ancora adesso, proprio per i musicisti che compongono questo progetto: sono dei grandissimi talenti e per questo possono tirare fuori ancora delle cose interessanti. Però sono un progetto. E la grossa differenza tra una band di amici in cui si vive insieme e un progetto è che il progetto non è una cosa istintiva, la devi mettere in piedi – il progetto è un programma, lo devi programmare, e diventa difficile fare una cosa programmata che abbia una vita interessante. Per quello abbiamo fatto dischi ogni quattro-sei anni, quando avevamo qualcosa da dire, veramente. Quando avremo qualcosa da dire, faremo sicuramente un altro disco. Potrebbe essere tra venticinque anni per esempio… quando io ne avrò ottantuno e abbasseremo di sette ottave tutte le canzoni».
Entrando nello specifico dei singoli pezzi, uno dei primi di cui gli domandano è Milano con la peste. «È un pezzo che parla sì del lockdown, ma anche di un altro tipo di patologia. Quando cito il fatto delle persone che hanno le mascherine e io finalmente mi accorgo degli occhi – la parte più vera – è perché mi è sembrato che nel primo periodo della pandemia la gente stesse prendendo coscienza di quelle che erano le cose più importanti, che paradossalmente stesse mostrando il suo lato migliore, cosa che poi naturalmente non è più successa perché siamo rientrati in un certo modo di vedere le cose. È una canzone sulla speranza, la speranza che si possa cambiare in maniera definitiva e importante».
Un altro argomento di attualità affrontato nei testi dell’album è quello della guerra, raccontata in particolare da uno dei pezzi, Severodonetsk: «In questi giorni ho sentito parlare solo di geopolitica, ed è una cosa che mi ha sconcertato soprattutto perché voi media in generale ultimamente fate di tutto per cercare la tv del dolore, e questa era l’occasione per farla… Là, in Ucraina, sta morendo della gente e un po’ di tv del dolore sarebbe servita a farci rendere conto che sta succedendo una tragedia, al di là delle ragioni per le quali sta succedendo. Perciò ho scritto un pezzo che invece di parlare di geopolitica, delle ragioni di uno, delle ragioni dell’altro, parla di una posizione personale: quella di qualcuno che all’interno di qualcosa di più grande di lui che non può risolvere in nessun modo, in cui non può intervenire, si trova in una situazione di completa passività e si ricorda di mettere di mettere in stand-by l’unica parte di sé che vuole conservare, che è il proprio cuore – la propria parte interiore – perché è impossibile salvaguardarla in una situazione del genere in cui diventano tutti bestie, ed è impossibile rimanere puliti».
«È una persona disperata che cerca di mettere da parte qualcosa che poi, se ne uscirà vivo, potrà recuperare tornando la persona che era prima, o quasi. È una canzone provocatoria, dal momento che mi sembra che in pochi abbiano parlato della guerra in maniera personale, parlando della vita dei civili e della gente che muore. Ci stanno solo trasmettendo dei dati, giorno per giorno, ed è una cosa che trovo di una volgarità micidiale e davvero devastante. Non ci stiamo rendendo conto di cosa sta succedendo. Guerra e popcorn è un po’ il prosieguo di questa situazione: in realtà io parlo del modo in cui percepiamo certi avvenimenti, racconto di un’orgetta tra due persone che sniffano e mangiano, guardano la guerra alla televisione sgranocchiando pop corn, con uno dei due che dice: “Si vedrà quando toccherà a noi.” È un po’ il nostro atteggiamento riguardo a queste cose: le rifiutiamo finché non ci toccano direttamente. Soprattutto pensiamo che non possano mai succedere. Era già stato così con la guerra in Jugoslavia negli anni ’90: l’abbiamo avuta a pochissimi chilometri, a Trieste si sentivano addirittura le cannonate… e non è servito a molto. Siamo tutti qui a fare i virologi, gli allenatori e adesso anche gli esperti militari, a esprimere opinioni che non hanno nessun senso».
Manuel mette sempre se stesso nei suoi testi, anche se non è detto che il protagonista sia sempre lui. «Per legittimare quello che dico lo personalizzo sempre, altrimenti uno si limita a tirare fuori delle massime…». Domandano della canzone che dà il titolo al disco, una giornalista racconta di avere apprezzato particolarmente il passaggio che dice «che noi cresciamo è una bellissima bugia / ci appoggiamo un po’ alla nebbia intorno a noi». Si parla insomma delle bugie che ci si racconta quando si diventa grandi senza davvero crescere. «Invecchiando è chiaro che ognuno di noi impara ad accettare molte parti di sé che sono mediocri, che sono i compromessi a cui da giovani non vogliamo scendere. Che noi cresciamo e diventiamo persone migliori è una bugia che ci raccontiamo – in realtà ci adattiamo a delle cose e riusciamo, se siamo più fortunati, a vivere più armonicamente con le stesse realtà con cui vivevamo da ragazzi e che rifiutavamo. È un pezzo che non è una considerazione triste, né una rivendicazione, niente di provocatorio: è semplicemente una presa d’atto, è così, c’è un po’ di malinconia da terza età, in realtà è quasi liberazione, è liberatorio accettare la propria mediocrità… si sta meglio».
In tema di testi, uno di quelli che inevitabilmente colpisce di più è quello di Proci, dove si parla di masturbazione («cose che facciamo tutti»). E chi saranno allora i personaggi a cui Manuel dedica questa misteriosa invettiva dai toni addirittura omerici? Finalmente lo scopriamo «La scena alternative e l’intellighenzia milanese. E non solo milanese, anche romana. Grazie alla televisione, o meglio per colpa della televisione, ho avuto l’onore di partecipare a un po’ di cene e di salotti. E mi sono accorto della disgrazia culturale in cui stiamo sguazzando. C’è stata una decostruzione culturale negli ultimi trent’anni pazzesca, per cui anche le persone che hanno curiosità per la cultura la stanno trattando male – anche loro a raggiungere una sorta di consenso o di rilevanza. Non stanno rispettando la cultura in sé, non la stanno diffondendo e non sono neanche dei piccoli megafoni che diffondo informazione, sono persone che usano la cultura come la usava Don Abbondio, per avere rilevanza».
«Questo mi ha colpito molto, e spiega perché la nostra classe intellettuale è così inetta e inutile. Poi c’è il mondo dell’alternative, il mio mondo, che è diventato un ambiente asfittico, fascista, dove ci sono più regole che fuori e sono anche regole senza senso; perché prima le regole dovevano servire a formare una società alternativa a quella ufficiale, a quella reale, se vogliamo, e quindi in qualche modo servivano a dare delle indicazioni: si ascolta questo, ci si veste così, si parla di questo, questi sono i vocaboli eccetera… E adesso rientriamo in un altro argomento enorme che è quello del proibizionismo letterario, lessicale, linguistico: adesso in realtà ci sono solo regole che non servono a niente, un gruppo di lobbisti, un po’ fariseo, che crede di avere in mano le tavole della Legge e di dettarle perché è l’unico modo per loro di avere un po’ di rilevanza, se no non sono un cazzo… ».

Il tempo passa e ci si avvicina al momento in cui Manuel verrà raggiunto dalla band con cui farà un mini show. A proposito di live, Ama il prossimo tuo come te stesso sarà presentato con otto date a fine anno, dopodiché Manuel sarà impegnato con Lazarus. Quindi gli chiedono che ne sarà del disco, visto che non lo suonerà più in concerto per un po’. «Oggi come oggi se un disco ha tre mesi di vita è un miracolo. Quindi va bene così. Io non conto sul fatto che questo disco sarò il primo e l’ultimo [da solo, NdSA]. Vorrei fare dei dischi ogni due anni. So che posso sembrare contraddittorio, ma vorrei essere molto più snello nel fare musica, uscire da quella Corazzata Potemkin che diventano i progetti quando diventano importanti, con tutte le aspettative dei fan, della stampa e anche di noi musicisti, anche per avere la libertà di spaziare ancora di più non tanto all’interno dei generi, ma di un genere. Che il disco abbia una vita lunga o breve in questo momento per me non ha tanta importanza: l’importante è che sia un disco che ha senso».
«Lo so che non lo dovrei dirlo io, ma di dischi che hanno senso adesso ne sento pochi. C’è una cultura del consenso per cui sento troppa gente che fa musica per i numeri, troppa gente che compone musica pensando a quanti numeri riuscirà a ottenere, e pochi dischi che hanno un contenuto indipendentemente dal consenso. C’è però una nuova generazione di musicisti che sta tornando a pensare prima di tutto ai contenuti: non è sbagliato avere consenso, non è sbagliato vendere dischi e vorrei anche i miei dischi vendessero, assolutamente, però come conseguenza di qualcosa che ha senso. Tutto quello che spero è che questo disco abbia un senso, dopodiché ne farò un altro. Stop. L’estate prossima io voglio suonare o ho una voglia pazza di suonare, perché in ogni situazione voglio mettere il fatto che sono un musicista davanti a tutto».
Di Lazarus, che lo terrà impegnato nei primi mesi del prossimo anno, Manuel dice questo: «È una cosa diversa per me, è teatro, è diverso dal cinema, dalla televisione, dal suonare su un palco. Penso sempre di imparare qualcosa di nuovo da ogni situazione ed è stimolante mettermi in gioco in uno spettacolo in cui comunque userò la voce in modo diverso ma canterò tanto come sono abituato a fare. Quello che mi piace di Lazarus, al di là dell’opera in sé, è il fatto che non è revival: è una cosa molto contemporanea fatta da Bowie oggi, cioè in questo momento storico, non sessant’anni fa; non è Rocky Horror Picture Show, è qualcosa di vivo ancora adesso, e fare parte di un progetto contemporaneo scritto da David Bowie è per me un grandissimo onore, e una grandissima occasione che non voglio assolutamente perdere».
Un “autorevole quotidiano romano”, gli domandano, nei rumours sul prossimo Sanremo metterebbe anche il suo nome. «Dipende da quanto mi offrono… Se mi offrono un transatlantico d’oro posso anche pensarci, ma io in gara a Sanremo non ci vado. Ci sono andato e ho anche vinto Sanremo eh, ragazzi, non so ve ne siete accorti. Ci sono andato coi Måneskin e credo che in quel momento abbiamo fatto qualcosa di significativo: è difficile ripetere una cosa del genere, molto difficile, quindi non ho proprio tutta sta sete di andare al Festival». Suonerà invece per otto date negli ultimi mesi dell’anno con la band che lo ha accompagnato in estate, composta da Beatrice Antolini, Giacomo Rossetti e Frankie e DD dei Little Pieces of Marmelade. «Con questi ragazzi mi sono trovato benissimo e ho già fatto venti date quest’estate. Sul palco mi sono trovato benissimo, tutti dicono perché sono giovani, perché sono freschi e per loro è una novità, ma non è solo questo: un certo tipo di violenza espressiva, un certo tipo di irruenza, un certo tipo di magia, ti appartengono o non ti appartengono».
«Ci sono musicisti molto bravi che stanno sul palco per fare i fighi e musicisti altrettanto bravi che sono lì perché sul palco vivono una situazione magica. Sul palco puoi essere quello che vuoi, puoi essere violento, puoi essere asociale, puoi essere un misantropo o anche simpatico… ma tante cose che succedono sul palco non possono succedere nella vita reale, in mezzo alla gente, chi vive il palco come un’occasione per essere quello che non può essere nella vita reale ha un altro tipo di energia e tutto un altro tipo di magia». «Questi ragazzi sono così e con loro quest’estate ho fatto un tour davvero divertente, ed erano anni che non mi succedeva».
Si diverte, Manuel, da come suona i nuovi pezzi lo si direbbe davvero. Con la band esegue La profondità degli abissi, Proci – dove si divide con Beatrice l’arzigogolata linea di pianoforte – e, per la prima volta dal vivo, Milano con la peste. I brani suonano bene, nei break e nei crescendo (La profondità degli abissi) e negli stop and go e nelle risalite ardite (Proci). L’ultimo posto in scaletta è per un vecchio classico Afterhours, Quello che non c’è. Manuel vuole trovare un futuro senza rompere il filo con il suo passato, e fin qui dobbiamo dire, sembra proprio avercela fatta.
