Recensioni

Dopo quasi dieci anni non ho ancora imparato a scrivere il loro nome (senza affidarmi a Google) né tantomeno a pronunciarlo; eppure i Makthaverskan sono tra i massimi esponenti dell’indie pop scandinavo nonché nucleo di riferimento di quella Luxury Records/scena di Göteborg che, accantonati i nostalgici synth balearici di Caught the Breeze dei Boat Club (2007), è andata via via a forgiare un riconoscibile trademark sound che è stato proposto nel tempo da formazioni come Agent blå, It’s For Us, Holi, The Sun Days, Holy Now e School ’94.
Il minimo comune denominatore è un (tutt’altro che ingegnoso) mix di sferragliate (post)punk, chitarre jangle, feedback shoegaze, voci femminili un po’ dream e un po’ goth, scintillanti melodie C86 ad altezza Shop Assistants e soprattutto una irrefrenabile verve post-adolescenziale difficilmente rintracciabile in proposte similari. Il mastermind di questo Göteborg sound è con ogni probabilità quel Gustav Andersson che non solo abbiamo recentemente apprezzato in veste (brit)pop-rock a nome Guggi Data, ma che ha anche ricoperto il ruolo di filo conduttore – come chitarrista – tra i Makthaverskan e i Westkust, autori di quello che, ad oggi, è forse il miglior sunto di quanto pubblicato dall’etichetta svedese: Last Forever.
Terminato a quattro anni di distanza da Makthaverskan II (che a sua volta andava a rifinire l’acerbo esordio di quattro anni prima), Ill è il primo album senza il prezioso contributo di Gustav Andersson nonché, ad oggi, il lavoro maggiormente pessimista e disilluso scritto dalla formazione svedese: una atterrita Maja Milner (voce) sembra rassegnarsi ad una realtà che le sta ogni giorno più stretta, senza risparmiare critiche sociali con forti dosi di nichilismo e misantropia (Eden) ed un generale sentimento pitch-black ad altezza teen-angst, dal “But now you’re dead. You’re gone” di Vienna al “But time passed away, time had a funeral. Buried years ago, deep beneath the soil” di To Say It As It Is fino all’esplicito “I wake up feeling worse every day. Work work work, oh when will it end? This society suffocates me” di Leda. La forza di Maja Milner risiede nell’approccio al canto talvolta assolutamente sconsiderato (e sguaiato) che riesce a tramutare la rabbia e la disperazione in armonie ad ampio respiro, ingenuamente soavi e tutt’altro che opprimenti. Uno sfogo melodico che trasuda urgenza nelle sue imperfezioni e nella sua contagiosa vitalità.
Pubblicato in USA dalla sempre attenta Run For Cover, Ill regalerà sicuramente soddisfazioni in modo trasversale a buona parte dei seguaci dell’indie pop più dinamico grazie alle frequenti deflagrazioni che uniscono chitarre nostalgicamente sognanti al caos giovanilistico della sezione ritmica (e a una produzione decisamente lo-fi). L’iniziale Vienna sfoggia un giro di chitarra che rimanda a memorie mitteleuropee se non addirittura sovietiche (Maja ha recentemente vissuto per un po’ di tempo a Berlino), In My Dreams – che potrebbe rimandare a una versione punkish degli Alvvays – è, insieme a Eden, il brano che strutturalmente si avvicina maggiormente al concetto di perfetta pop song mentre la vecchia conoscenza Witness (risale al 2015) è caratterizzata da sonorità grevi e abrasive con una Maja Milner imponente e graffiante quanto una Jehnny Beth (Savages).
Definire Ill un dedalo di soluzioni impregnato di variazioni sul tema sarebbe certamente errato perché le dieci tracce (secche e dirette) sono spinte dalla medesima, inarrestabile, irruenza che tende a stemperarsi solamente in un paio di episodi meno ispirati: To Say It As It Is che, privata del consueto impeto jangle-punk, mostra un po’ i limiti compositivi della band e la conclusiva Days Turn Into Years (l’arpeggio iniziale è praticamente la versione slow di quello della traccia precedente, Comfort).
Nonostante l’esordio risalga ormai a otto anni fa, i Makthaverskan non hanno perso un briciolo dell’energia originaria, mostrando come la sindrome di Peter Pan – specialmente sotto a certe coordinate stilistiche – possa creare più vantaggi che svantaggi.
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