Recensioni

7.2

Faccio mea culpa: ai tempi della recensione dell’omonimo album d’esordio degli Alvvays non avevo compreso la portata e la longevità che avrebbero potuto avere le composizioni in esso contenute, bollando la band canadese guidata da Molly Rankin come un «ennesimo innocuo gruppetto da ascolto spensierato» e dal destino effimero. In realtà il tempo ha dato ragione a loro: l’album è rimasto per mesi tra le preferenze del pubblico di riferimento, generando per l’opera seconda un’attesa di quelle genuine e non viziate da un hype creato ed alimentato dai media. Senza girarci troppo intorno, Alvvays ha funzionato perché «aveva le canzoni» con la C maiuscola (in particolare Archie, Marry Me, senza dubbio uno dei maggiori indie-anthem degli ultimi anni).

Con un numero di ascoltatori su Spotify superiore a quelli di Angel Olsen, DIIV o Courtney Barnett (per citare alcuni nomi decisamente più chiacchierati), la band di Toronto negli ultimi mesi ha apparecchiato la tavola per la portata principale (l’album Antisocialites), fornendo deliziosi antipasti che rispondono al nome di In Undertow, Dreams Tonite e Plimsoll Punks. In Undertow (“risacca”) è una contagiosa breakup-song che sin dalle prime battute («You find a wave and try to hold on for as long as you can») sembra seguire idealmente il moto ondoso, prima ampio e levigato (la strofa) e poi più conciso (il «There’s no turning» del chorus). Dreams Tonite si immerge in una dimensione quasi slow-disco (avremmo visto bene un Johnny Jewel a dirigere il tutto) con chitarre più morbide, atmosfere – ovviamente – più sognanti e un ritornello a metà strada tra filastrocca e lullaby («If I saw you on the street, would I have you in my dreams tonight?»). Plimsoll Punks, scritta pensando a Part-Time Punks dei Television Personalities, è invece un concentrato di effervescenza jangle-pop di scuola Luxury Records e di sferzate rock. Tre ottimi brani che mostrano altrettanti aspetti distinti della personalità degli Alvvays. Basterebbero queste tre tracce per rendere Antisocialities un buon disco ma, incredibilmente, anche le restanti sette si assestano con una facilità quasi disarmante sullo stesso livello qualitativo, ruotando attorno ad un cristallino indie pop (convivono in modo piuttosto equilibrato influenze dream, fuzz, twee, shoegaze e jangle) che rasenta la perfezione senza mai cadere nel citazionismo. In questo senso celebre una frase della Rankin ai tempi dell’esordio: «If old people ask, I say it sounds like the Cranberries. If young people ask, I call it jangle pop. If a punk asks, I say it’s pop».

Sentiamo di doverci dissociare dai paragoni con i Cranberries (i Fear Of Men ci si avvicinano maggiormente), forse dovuti principalmente al background celtic-folk di Molly (per un periodo ha militato nella Rankin Family, band fondata tra gli altri dal padre John Morris Rankin). Se proprio dovessimo fare due nomi, quelli sarebbero Camera Obscura e Best Coast (anche se l’influenza fuzz-pop è qui meno intensa rispetto ad Alvvays). La gamma cromatica è comunque vasta: in Hey si prendono la libertà di sperimentare con i ritmi (l’intro rasenta il kraut e in generale si respira aria mitteleuropea) e con gli effetti senza mai dimenticare il ritornello killer («Blind drunk in an alleyway Assuring you I’m fine Blind in an alleyway Positive I’m fine»), nella già conosciuta Your Type troviamo Molly Rankin più energica e brillante che mai, mentre nella conclusiva Forget About Life ci si abbandona ad un confessionale melodrammatico («When the failures of the past multiply and you trivialize the things that keep your hand from mine, did you want to forget about life with me tonight?») di grande impatto. Nonostante sia forse la più debole del lotto, va comunque menzionata anche Lollipop (Ode to Jim), se non altro perché è stata scritta da Molly dopo aver cantato Just Like Honey insieme ai Jesus and Mary Chain in Australia.

L’album co-prodotto da John Congleton, all’interno di una tracklist fortunatamente molto compatta, dispensa una apprezzabilissima alternanza tra momenti più vivaci e altri più compassati, frutto di un periodo in cui la Nostra ha vissuto tra le spiagge di Toronto Island immersa in malinconiche (talvolta ciniche) riflessioni sul relazionarsi al prossimo tout court e ai conflitti interiori tra l’ambizione sociale e l’indole solitaria. Ottimo, davvero ottimo, questo Antisocialities: fosse stato pubblicato a giugno, sarebbe stato probabilmente l’album dell’estate, ma quella lontana nostalgia di fondo si addice perfettamente anche alle settimane post-vacanziere/pre-autunnali. Con soli due album all’attivo, ci sarebbe già abbastanza materiale per un greatest hits.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette