Recensioni

Trent’anni di Troublegum. Fanno abbastanza impressione al pensiero, il tempo passa e ti ritrovi ad avere il triplo degli anni a cui lo hai ascoltato per la prima volta.

A occhio sembra che la grande maggioranza o la quasi totalità dei presenti ai Magazzini Generali condivida il mio range anagrafico, se non addirittura quello della band. Un culto un po’ stagionato, quello per il trio di Belfast, ma capace di fare ancora furore – insieme al trio sul palco.

I numeri anche se non saranno stratosferici sono dalla parte dei Therapy?: il concerto di Milano, nonostante sia uno dei pochissimi di questo tour per il trentesimo del loro disco più popolare a non essere andato sold out in anticipo, era già stato già spostato da una location iniziale più piccola (il Legend) a una più grande anche di conformazione un po’ atipica come i Magazzini Generali. Lo spazio lungo e stretto del locale di via Besenzanica è comunque vicino al tutto esaurito; se si arriva tardi si rimane pressati nelle retrovie (con una visuale un po’ problematica) o ci si deve fare spazio tra file le compatte sudanti e festanti di un pubblico che straborda di entusiasmo e canta ogni singola canzone.

Il massimo scatenamento si raggiunge con i pezzi che era più facile pronosticare come anima dello show: in ordine di comparsa, Nowhere (introdotta da un breve passaggio di Nowhere Man dei Beatles), Die Laughing, Knives e Screamager. La band è altrettanto su di giri e un Andy Cairns giovale e loquace come suo solito snocciola grazie a profusione – praticamente dopo ogni pezzo –, pensieri e dediche: quella di Brainsaw va a tutte le persone che vivono nelle zone di guerra (lo era di fatto anche la Belfast di quando era giovane, il contesto da cui sono nate molte di queste canzoni) mentre per Die Laughing ricorda tanti musicisti scomparsi da allora a oggi, da Kurt Cobain fino a Sinead O’Connor e Paul Di’Anno.

Da concerto celebrativo di Troublegum, la cui copertina campeggia su un fondale dietro i musicisti, non poteva che vertere sull’album suonato per intero, anche se con una scaletta completamente rimodulata che acchiappa pure qualche extra, tra lati A e B di singoli appena precedenti o successivi (Totally Random Man, Evil Elvis e Opal Mantra). E tenendo in serbo Knives e Screamager per il gran finale: il lungo bis – se si può chiamare così – va addirittura più indietro, recupera i brani di Nurse come Nausea e Teethgrinder, un pezzo della primissima ora come Meat Abstract e la mitica Potato Junkie – il suo immortale e scurrile “mantra” che parla di Joyce con toni non proprio da esegesi letteraria… – presentata celiando da Andy come un brano di folk irlandese (a suo modo lo è) e fatta diventare una specie di jam in cui si infila un omaggio a Iron Man dei Black Sabbath. Diane – l’unico pezzo in teoria ad andare temporalmente al di là di Troublegum – è in versione da power trio, più vicina all’originale degli Hüsker Dü anche se la melodia delle strofe è quella rimodellata per la versione Therapy? di Infernal Love.

È un’esibizione concentrata e intensa, non tanto con il sapore della retromania – l’energia e la fiscità con cui suonano Andy e Michael McKeegan e Neil Cooper (di cui ricorreva il compleanno) non ha davvero età – ma della rimpatriata tra amici. Una rimpatriata a suon di punk e rumore. “Make some noise” è l’invito che i Therapy? hanno rivolto continuamente al loro pubblico e su cui hanno giocato di rimbalzo facendone altrettanto con cui ringalluzzire i loro aficionados, attempati ma molto, molto calorosi. Ma al di là di questo scambio quasi ordinario, che è quello su cui si reggono da sempre i concerti rock, specialmente quelli sbilanciati verso l’area punk o metal, che ci si possa divertire e si possa esultare cantando in coro testi duri e disperati come quelli di Troublegum non è solo un dato di fatto: è una di quelle bendettissime stranezze che fanno di certa musica quello che è: nonostante le apparenze, molto più di un semplice dispositivo di intrattenimento. Chi ha amato quel disco probabilmente lo sa, ed era qui per questo.

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