Recensioni

I Therapy? hanno interpretato alla loro maniera – potremmo dire quasi “alla perfezione” – uno spirito, un modo di essere tipico di un certo alternative rock dei primi anni ’90. Dentro una scorza di timbri ferrosi, di suoni aggressivi e ansiogeni, il gruppo di Andy Cairns nascondeva, o per meglio dire concentrava, un cuore melodico che sprizzava comunque energia da ogni poro, da ogni singolo beat e da ogni singola nota. Sintesi, questa, che nel loro terzo lavoro è riuscita meglio che in tutti gli altri.
Troublegum da questo punto di vista è stato un album di svolta. Svolta che per il power trio nordirlandese ha significato il consolidamento di una cifra stilistica – powerpoppunk con chitarre toste linkate al metal e al noise – portata avanti anche negli anni a venire pure se in modo via via meno incisivo. Ma soprattutto è il disco con cui i Therapy? sono rimasti nella memoria e nel cuore di tanti.
Un disco per adolescenti dazed and confused tra camicie di flanella e esistenzialismo darkeggiante, anche perché dell’adolescenza, segnatamente di quella maschile, abbozzava un ritratto-diario bruciante e realistico – e quanto più reale proprio perché esagerato, violento oppure sconsolato, distorto, nichilista… – toccandone con urticante franchezza i temi negativi topici: solitudine, senso di abbandono, alienazione, paranoie e frustrazioni, rapporti disfunzionali, e poi la Weltanschauung pessimista, la rabbia repressa (a stento), la difficoltà a “inquadrarsi”, l’incertezza nel capire il proprio posto nel mondo [Shouting at the world you’ll never change but it’s what’s inside you’ve got to rearrange è un verso abbastanza emblematico: ci si sentiva proprio così]. Perfino un certo sentimentalismo contorto – molto contorto.
L’avremmo letto anni dopo nel booklet della ristampa in tre compact disc che Cairns aveva scritto un concept ispirato alla sua esperienza di adolescente nell’Ulster. Che fosse un racconto di quell’età si capiva al volo senza fare troppe ricerche (magari perché si era in quel momento, come capitato a chi scrive, e si entrava subito in sintonia). E l’Ulster, nonostante la sua realtà drammatica e unica, poteva in un certo senso essere qualunque paese. I Troubles (quelli storico/politici) e il mondo esterno in generale non sono menzionati se non visti dall’interno, come troubles intimi di quel periodo della vita che – anche questo, lo si voglia o no – finisce per rimanere incollato per sempre.
Trio nato a Belfast alla fine degli anni ’80, – fondati da Andy Cairns, cantante, chitarrista e principale compositore, e dal batterista Fyfe Ewing, e completati dall’arrivo del bassista Michael McKeegan –, i Therapy? si erano fatti conoscere con due mini album per l’etichetta Wiija collocandosi al crocevia tra generi convergenti-divergenti-paralleli (il post-hardcore, l’indie rock e il metallo post-thrash), da una posizione tanto diversa dai grunge rockers statunitensi quanto separata dalle band del Regno Unito. Il britpop non abitava certo da queste parti, considerando anche che il loro background musicale era per buona parte di estrazione americana: il primo album Nurse (1992) li dichiarava affiliati al rock postindustriale dei Ministry (e prima ancora, dei Big Black) ma con aperture armoniche che potevano ricordare i Jane’s Addiction o i Nirvana.
A partire dagli EP che lo precedono e dai singoli scelti, Troublegum si rivela subito un altro discorso. I brani di punta sono canzoni più melodiche e immediate, sempre veementi ma molto, molto orecchiabili – spesso tanto più veementi quanto più orecchiabili, per i ritmi pestati eppure pieni di ganci immediati, o il ritornello rapido da cantare a squarciagola. Viene parzialmente meno una caratteristica dei primi Therapy?, i groove funky e ballabili in stile industrial seconda maniera (vedi Teethgrinder, la loro “hit” prima di Screamager), spianati da una ritmica rock più lineare. Tanto la durata standard dei pezzi quanto le armonie aderiscono al formato pop-punk da tre minuti. I capolavori del disco recuperano influenze primigenie nella scrittura di Andy Cairns: ci sono i Joy Division in versione hardcore in Screamager (una sensazione che si coglie ancora meglio provando a suonarla), prima ancora che nella cover di Isolation, e gli Hüsker Dü metallizzati (o helmettizzati) nella tremendamente bella Nowhere.
Tante frasi melodiche inserite di gusto in mezzo a riff stile elettroshock e a ritmi tesi e di durezza parametallara, che traducevano in musica la nevrosi adolescenziale in una maniera allo stesso tempo perentoria, brutalmente onesta, e pure emozionale, trascinante. Con un suono e un mood che più anni ’90 non si poteva e tuttora non si può, ma che aveva da dire qualcosa di definitivo su una certa condizione psicologica (e più probabilmente, dell’anima).
I riff e i ritmi triturati nello schizofrenico teaser di Knives – due minuti scarsi snervanti stop e rasoiate di contrattacco – diventano la materia rumorosa, dura e fredda come acciaio ma fremente di adrenalina di una sequenza mozzafiato, che vede susseguirsi una dopo l’altra Screamager, Hellbelly, Stop It You’re Killing Me e Nowhere come tante cartucce caricate di emozioni compresse sparate a bruciapelo. Il primo brano in cui si tira per un attimo il fiato a livello di velocità è però anche un affondo epico e strano: Die Laughing, come dei Fugazi, alla prima maniera, con i loro ritmi sincopati ispirati dal reggae, presi d’assalto da dei Metallica in versione trio – più stringati e angolosi degli originali. Anche quando i tempi non sono forsennati in questa sorta di bubblegum music catastrofica dei Therapy? (il titolo dell’album è un calembour notevole) è sempre un lucore metallico o un bagliore industriale a inondare di riflessi i brani più “melodici” in senso tradizionale, come Lunacy Booth e Turn.
Dal livore velenoso e inclinato verso la follia di Trigger Inside (in cui il distopico io protagonista dei testi di Andy Cairns arriva ad accostarsi a Jeffrey Dahmer) all’urlo in cui si arrovella il finale inconsulto di Unrequited, forse il massimo climax emozionale (che in scaletta precede solo la galloppata hardcore-metal di Brainsaw; ci sarebbe poi la chiosa ironica della traccia nascosta, un accenno appena di You Are My Sunshine, il classico scritto da Jimmie Davis e Charles Mitchell): Troublegum colleziona brani tanto perfetti quanto dolorosi, con una musica abrasiva e volitiva ad accompagnare parole che sono un misto caustico di rabbia, disperazione e perfida ironia (il ritornello di Screamager, I’ve got nothing to do/But hang around and get screwed up on you ricorda un vecchio adagio di uno dei nostri cantautori più geniali tradotto in linguaggio post-punk-noise).
Nessuno scampo insomma dal disagio interiore in cui affondano i brani del disco se non un urlo terapeutico? (naturalmente con il punto di domanda obbligatorio). Quell’urlo, quel furore, la musica lo sa far sfogare ma lo sa soprattutto autenticare, elevare a una vividezza passionale che dà un senso al contenuto – per quanto caustico e perfino tossico sia volte (vedi cosa succede in Femtex, dove la voce femminile arriva opportunamente all’ultimo a mettere le cose, e soprattutto il protagonista, al loro posto).
Con la sua antologia-apologia della teenage angst, Troublegum rimane alla fine un disco potentissimo ed emozionante (oltre che pesantemente emo, per così dire; heavy emo potrebbe essere in effetti un’etichetta di genere ad hoc). I tanti refrain rabbiosi – o un memorabile bridge come quello di Stop It You’re Killing Me – che si imprimono nel cervello con la relativa scarica di adrenalina riuscivano a coniugare le qualità di tante influenze musicali diverse – noise e punk, dark e industrial, metal e pop – in una formula vincente sotto il profilo della comunicatività e della felice ispirazione (felice nel senso di riuscita, e non nell’altro; lo canteranno proprio i Therapy? giusto a un anno di distanza: Happy people have no stories… Qui di happiness non ce n’è ma le stories sono tante). Per una terapia – stavolta senza il punto di domanda – che funzionava davvero.
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