Recensioni

La musica italiana annega, da sempre, nella retorica. E non solo nel mainstream. La si ritrovava anche in una certa stagione dell’indie, poi trasfigurata nell’itpop e oggi ulteriormente ibridata. Ciascuno attinge a un modello, lo cristallizza in canone e vi costruisce attorno un universo ben definito, popolato da pianeti e satelliti che, prima o poi, finiscono per rivelare una certa artificiosità di fondo: il rap, in questo senso, è diventato uno dei generi più vittima di sé stesso, ingabbiato in formule ormai logore, vedi le difficoltà del crescere nei quartieri difficili, il denaro come riscatto, la strada come unico fil rouge, il peso del successo e l’immancabile stagione di crisi da cui si riemerge, in qualche modo, più forti.
Con Disincanto, Madame non si limita a incrinare questo sistema: lo svuota dall’interno, ne disinnesca i riflessi automatici e lo riconfigura secondo una grammatica personale ed emotiva. Un lavoro che, proprio per questa scelta, si impone tra i più rilevanti degli ultimi anni e, con ogni probabilità, tra quelli destinati a sedimentare.
Che la terza fatica della rapper vicentina si distinguesse per una qualità diffusamente superiore alla media lo si intuiva fin dalla title track, uscita come primo singolo estratto: un piccolo capolavoro di disillusione esistenziale, nonché anticipazione delle altre tredici tracce, dove emerge non un rigetto della realtà, bensì una presa di coscienza della stessa, libera da istruzioni, vincoli o codici prestabiliti. Al centro c’è solo il suo vissuto: personale, sui generis, esposto con una naturalezza tale da instaurare paradossalmente empatia ed una connessione immediata con chi ascolta.
Dal personale — dunque dall’io — il disco mira infatti più che altro a intercettare gli altri, e a farli sentire meno soli, attraverso formati e registri differenti. Si veda OK, passaggio mosso di accettazione forzata che cela l’insofferenza dell’adattarsi, controbilanciata dalla necessità di sentirsi forti; ma anche i momenti più intimi, come la splendida e conclusiva Grazie, dialogo a voce sola tra lei e il suo terapeuta, in cui si parla esplicitamente di OCD, di ricovero in psichiatria, ma anche di amore puro, il primo, reale, verso un uomo.
Il tutto è sorretto da un ottimo sound (Bias dietro le macchine) che abbandona gli spunti folk presenti nel precedente L’Amore, per abbracciare un minimalismo elettronico costruito sui synth, capace di aprirsi anche a rari momenti goliardici — si veda la spregiudicatissima Puttana svizzera, esilarante posse track con Nerissima Serpe, Papa V e 6occia, in cui si gioca sugli stereotipi trap, anche rovesciandoli — ma anche di farsi cupissimo nei passaggi più crudi, come accade in Allucinazioni, soliloquio senza filtro sul rapporto tra madre e figlia, espresso con una violenza che, fino a questo momento, avevamo associato soltanto a Fabri Fibra. Sfrontato anche l’atteggiamento verso l’industria musicale (Come stai), con tanto di stoccate e dissing verso personalità come Shablo ed Esse Magazine (Mai più), anche se non citati esplicitamente.
Curioso come Disincanto sia uscito a poche settimane di distanza da uno dei dischi pop più impattanti del 2026, ovvero This Music May Contain Hope di Raye. Due lavori diversissimi per contenuto e stile, ma accomunati dall’ambizione di lanciare una scialuppa di salvataggio. Ma se nel disco-musical della britannica si vede materialmente (vedi anche banalmente la cover) uno squarcio di luce in mezzo alla tempesta, in quello di Madame la risoluzione resta più sfumata: forse non esiste una via d’uscita definitiva, e la vera forza sta nel riconoscere il dolore, accettarlo, conviverci, dimenticarlo per un po’, provare a disinnescarlo.
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