Recensioni

Il richiamo della foresta. L’arte della guerra.Arma letale. Sono tanti gli stimoli e i rimandi più o meno legittimi, più o meno seri che rimbalzano durante le due ore dell’ultimo lavoro del discusso Mel: dopo La passione di Cristo si era parlato di violenza gratuita, veicolata da immagini forti, sopra le righe. Come allora anche qui c’è una lingua incomprensibile, come allora c’è sangue ovunque, e come allora c’è il clamoroso battage. Ma il film dopo un primo tempo di preparazione ben orchestrata non regge, nonostante le corse a perdifiato, nonostante il verde lussureggiante della foresta e la cura messa nella ricostruzione di combattimenti, sacrifici e scenari storici.
La voglia di trascendere il medium cinematografico risalta con la violenza di un cuore zuppo di sangue che batte ancora: gli organi interni sono di vitale importanza, ma lo è anche la credibilità della storia, la possibilità del nativo che lotta per la vita, il messaggio di coesione e tutti i discorsi sul declino degli imperi e delle civiltà. I presagi, le lance, l’arrivo finale dei Conquistadores, la civiltà Maya. Tutti a nuotare in direzioni poco chiare nello stesso bicchiere, agitando le acque per niente, rimestando dosaggi sbagliati e soluzioni poco plausibili.
C’è il lieto fine e c’è lo strazio, c’è il pathos che diventa patetico, l’eclisse e il dolore, la vernice e il rodeo dei condannati. C’è la natura che avvolge, che cattura. C’è una trappola per la caccia usata una volta di troppo, e c’è un felino lanciato verso la preda.
Su tutto si fa largo l’assurda, pretenziosa saccenza, la voglia di parlare e strafare anche senza la propria lingua. Qualcuno forse dimentica il compito fondamentale della pellicola, lo spettacolo del cinema: raccontare storie per immagini, punto di partenza e conclusione di ogni discorso. Non è un buon segno se, a poche ore dal film, sforzo le meningi per rimettere ordine nei ricordi e disegnarmi il senso. Il fato, il bene, il male. Il ciclo della vita e la sua potenza. Tutti temi talmente alti e universali da essere estremamente semplici.
Mel poteva lasciare alle immagini il ruolo di protagoniste, lavorando per sottrazione sulla loro forza trascendendo i linguaggi in favore dell’istinto e della limpidezza istintiva delle emozioni. Invece perde terreno, dimentica i sottotitoli e diventa verboso, eccessivo e divinatorio. C’è il dolore e c’è il lieto fine. La morte e la vita. L’umano e il divino, il razionale e il mistico. Era difficile oltrepassare Cristo. Gibson ce l’ha fatta.
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