Recensioni

Onestamente, risulta piuttosto difficile capire perché i Mad Honey continuino a portarsi dietro l’etichetta di shoegaze band. Ok, i marcatori del genere non mancano. Ci sono le nebbie lo‑fi, la voce intima e mesmerica di Tiffany “Tuff” Sutcliffe, quell’elettricità che, nei momenti più accorati, finisce per saturare tutto lo spazio. Oltre a questo, però, c’è anche l’impronta schiettamente cantautorale dei brani, sospesi fra folk, americana e un intimismo rilassato che trasforma le loro canzoni in una forma di slowcore meno afflitto.
Rispetto al più luminoso Satellite Aphrodite, qui l’umore è crepuscolare e domestico. Le canzoni parlano di relazioni finite e amicizie consumate, ma a caratterizzarle è un sentimento umbratile e fatalista che rende la messinscena meno drammatica e pacificata.
L’altro elemento che caratterizza l’opera dei Mad Honey è la varietà dei modi in cui la melodia (perlopiù struggente e malinconica) flirta con il rumore. Che sia il modo in cui il timbro della Sutcliffe annega nel fruscio (impossibile in questo caso non pensare ai goticismi di Ethel Cain), un fuzz che sfigura armonie perfette come quelle di Somehow o gli armonici di una chitarra acustica lasciati riverberare in frammenti che sfiorano l’ambient, Bridge Over Cumberland suona come l’opera di una band che sta imparando a scolpire il suono senza seguire pattern prestabiliti.
Si sperimenta insomma, ma tutto è funzionale alla canzone e all’amplificazione dell’impatto emotivo di ciascun brano. Lo si avverte nel contrasto fra i rallentamenti al limite del silenzio e le improvvise esplosioni di Moshfeghian, o nella title track che chiude l’album con i dieci minuti più intensi del programma. Un frammento che, per chiunque altro suonerebbe come un azzardo, ma che i Mad Honey affrontano con una naturalezza disarmante.
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