Recensioni

5.5

Ricordate la faccia da schiaffi che una dozzina di anni fa o giù di lì si era presentata, armata di cappellino, sorriso ebete (con tanto di diastema), chitarra ascellare ed effetti a pedale – a palla – per traghettare negli anni ’10 lo scazzo del cantautorato indie ‘90s, declinandolo in languide tonalità fluo e chill-wave? Talento o bluff, il ragazzaccio canadese autore dei piccoli classici 2 e Salad Days (ma noi ci mettiamo dentro anche Another One) una scossa a suo modo l’aveva data eccome, guadagnandosi culto e adepti senza mai diventare, davvero, un caposcuola (non che avesse davvero ambito a qualsivoglia trono, immaginiamo). E adesso?

Sfuggente, enigmatico, a suo modo sempre beffardo ma elusivo ai limiti dell’incomprensibile: il Mac DeMarco degli ultimi tempi pare ricalcare il cliché dell’artista autocatapultatosi giù dal suo piedistallo, ben alla larga dai riflettori e da una idea di “carriera” convenzionale. Non vogliamo dire che il cantautore che ha scritto, concepito e realizzato questo Guitar sia in tutto e per tutto accostabile al Dylan post incidente in moto o al Neil Young degli anni ’80 (e oltre, a ben vedere), ma l’idea – invero seducente – sembrerebbe proprio quella lì, ovvero di dissimularsi, prendendo – e prendendosi – anche un po’ in giro attraverso opere concepite, essenzialmente, come depistaggi, confondendo le coordinate e intorbidando le acque con scelte artistiche poco decifrabili, ma assolutamente coerenti con una propria visione (qualunque essa sia).

Nei sei anni dal già opaco Here Comes The Cowboy (2019), ultimo album di canzoni, sono arrivate solo eccentricità come i 199 strumentali di One Wayne G o la raccolta Five Easy Hot Dogs; una traiettoria ai limiti dell’autosabotaggio che rispecchia perfettamente un artista che ha fatto della weirdness la sua cifra, fondendo attitudine slack, nerdismo e uno stile chitarristico e compositivo inconfondibile, da cui è lecito aspettarsi anche scelte bislacche, deviazioni, smarrimenti calcolati. E magari il colpo di coda che non ti aspetti.

Per questo, quando è comparsa Home (ballata malinconica e fragile, prima anticipazione di Guitar), con i suoi richiami al McCartney casalingo e depresso del post-Beatles o al Neil Young intimo e spiazzante di Homegrown, le aspettative sono inaspettatamente schizzate su. Corroborata da versi come “These days I’d much rather be on my own / No more walking in the streets, that I once called my home”, la prospettiva di una raccolta di canzoni riflessive, dolenti e dimesse non poteva che profilarsi come potenzialmente affascinante, una fotografia dello stato – invero voluto e ricercato – di isolamento sociale e affettivo in cui l’ormai trentacinquenne DeMarco (sobrio da più di cinque, dato non trascurabile) si è lasciato sprofondare nel post-pandemia, ritornando a casa, nell’amato Canada.

Coerente dunque la decisione di scrivere di getto e registrare l’album in totale solitudine (in appena dodici giorni, lasciando solo il mastering a David Ives), suonando tutto in una veste acustica e scarna e curando anche grafiche e video in modo amatoriale, in un impeto autarchico volto a fissare un preciso momento di crescita e transizione. Una scelta artistica del tutto in linea con il personaggio, che nello scenario odierno di perenne saturazione e sovraesposizione acquista anche, filosoficamente, una risonanza particolare.

Il problema è che il disco, in realtà, non c’è. Le intuizioni melodiche e liriche si esauriscono, letteralmente, nel giro di due o tre brani per poi ripetersi, meccanicamente, lungo tutta la scaletta, senza varietà o qualsivoglia sviluppo al loro interno: le canzoni restano scheletri, bozzetti appena accennati, con pattern sempre uguali, melodie, strutture e progressioni davvero troppo simili per lasciare un segno durevole, a parte l’impressione del momento.

Che magari, si potrebbe dire, l’impressionismo è proprio l’effetto voluto: con uno sforzo empatico, la depressione alla base di Rock And Roll (e il suo rifiuto del successo, della performance e dell’estetica da rockstar) non può che risultare sincera, così come l’indolenza del passo lennoniano di una Phantom (nomen omen) svela che le – pur poche – coordinate sarebbero pure quelle giuste, insieme al senso costante di solitudine e nostalgia per luoghi, facce e persone distanti che pervade tutte le liriche.

Ma se la scelta a monte è quella di un minimalismo estetico e compositivo portato agli estremi, a scivolare nella sciatteria e nella monotonia basta ahimé un soffio, tanto che alla fine del lotto, riescono a lasciare qualche lieve impronta – emozionale e artistica – solo la summezionata Home e l’apertura di Shining. E questo è un problema, quando sei in fuga da te stesso e dai tuoi fantasmi: se non riesci a intrappolarli nelle canzoni, o a liberarli, diventano loro stessi, le tue canzoni.

Più che ai menzionati Dylan e Young e ai loro depistaggi d’autore, questo DeMarco somiglia un pesce che gira a vuoto in un barile. Non ha neppure senso parlare di occasione persa dacché, ne siamo certi, il buon Macky sembra pienamente convinto del fatto suo, incurante della nostra frustrazione. Pare che ci fosse già quasi pronto un altro disco, Hear the Music, a cui è stato preferito questo. L’impressione è che a lui stia bene così.

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