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Margate è una cittadina balneare piena di gabbiani nel Kent, Regno Unito, la cui storia l’ha vista passare da meta preferita di intellettuali e ricchi inglesi, a playground degli scontri tra rocker e mod, a decadente periferia prestata ai progetti di welfare e ispirazione per giovani produttori grime. Una delle sue attrazioni, il luna park Dreamland, ha avuto la stessa fortuna: da storico e visitatissimo parco divertimenti, ha assaggiato le conseguenze del declino fino alla chiusura nei primi anni 2000. Poi a Margate è arrivata la cultura, o meglio ci è tornata, dal momento che il pittore William Turner e il poeta T.S. Eliot ne erano già frequentatori abituali: nel 2011 il governo inglese ha deciso di aprire a Margate la galleria Turner Contemporary e questa ha portato di nuovo con sé un gran numero di artisti e creativi anche dalla vicina Londra, che in breve hanno rivitalizzato l’intera regione. E il luna park ha riaperto, conservando le sue giostre in stile tradizionale ma aprendosi anche ad altri tipi di avvenimenti, tra cui i concerti.

La cornice, quindi, è affascinante e indie abbastanza per ospitare uno degli eventi organizzati quest’anno dal promoter londinese Bird On The Wire per celebrare il suo decennale: una giornata di festival il 29 giugno, curata nientemeno che da quella simpatica canaglia di Mac DeMarco. Mac non ha bisogno di grandi presentazioni, e così almeno la metà degli artisti che ha coinvolto in questa esperienza: tra gli altri, Thurston Moore, che è ancora meno necessario introdurre, Aldous Harding, fresca reduce dall’apparizione da Jimmy Fallon con la sua The Barrel, e Tirzah, che non ha ancora terminato di essere acclamata dalla critica per l’album di debutto Devotion. Tutti gli altri, ovvero Girl Ray, Yellow Days, Amyl and the Sniffers, Blueprint Blue e Kirin J Callinan, sono – chi più chi meno – emergenti che muovendosi dal punk all’electro pop, evidenziano influenze, espressioni musicali e caratteristiche personali che sembrano essere sfaccettature dello stesso Mac: sul palco Kirin J Callinan è un mattatore pari a lui, Amyl and the Sniffers sfoderano un’attitudine genuinamente punk propria del primissimo Mac, mentre Yellow Days, moniker del diciannovenne George Van Den Broek e grandemente apprezzato dal pubblico pomeridiano, sembra il Mac melodico dei pezzi che è un grande un piacere ascoltare.

Durante la giornata i live si alternano tra lo Scenic Stage, all’aperto e al centro delle giostre in funzione per il pubblico, e la Hall by the Sea, all’interno e al coperto dal sole. È in quest’ultima che suona Thurston Moore, trasformando la sala nello spazio del suo personale flusso di coscienza: ci sono solo lui, la sua storia dentro e fuori i Sonic Youth e la sua chitarra, senza una parola né un musicista di supporto. Thurston fa Thurston con la calma serafica che lo contraddistingue, anche quando inizia a battere la chitarra con una bacchetta da batteria per ottenere l’effetto di una percussione.

La melliflua Aldous Harding e la lo-fi Tirzah fanno sembrare lontanissimi i toni del dibattito italiano sulla line up fallocentrica del recente Concerto del Primo Maggio: sono estremamente diverse tra loro, presentano due concezioni musicali quasi opposte, sono lì perché hanno pubblicato due dischi a dir poco rilevanti nell’ultimo anno e nessuna delle due, oltre che nessuno tra le controparti maschili, porta avanti didascaliche questioni di genere. Semplicemente, suonano. Aldous col suo folk rilassato, ricco di accordi solari e immagini sibilline, si intona perfettamente all’atmosfera del posto, e il pubblico la applaude calorosamente per questo, mentre Tirzah ne rappresenta quasi l’antitesi: accompagnata dai fidi collaboratori Mica Levi e Coby Sey, è altrettanto enigmatica ma minimale, oscura e introspettiva nelle sue sperimentazioni, ugualmente apprezzate dal pubblico.

Poi arriva Mac DeMarco con le immagini del videogioco classico Earthbound alle spalle e una setlist che mescola con equilibrio i pezzi più celebri come Chamber of Reflection, Ode to Viceroy e Freakin’Out the Neighborhood con quelli degli album più recenti This Old Dog e Here Comes the Cowboy. Nessuna logica promozionale, quanto un ritratto fedele di chi è Mac oggi: più riflessivo che in passato, per quanto non smetta mai di essere un amabile weirdo. La giornata è caldissima, soprattutto per essere in Inghilterra, quindi dopo un paio di pezzi Mac e tutto il resto della band – batterista compreso, senza smettere di suonare – si tolgono le magliette, ma chi ha visto almeno un altro loro live sa che con tutta probabilità l’avrebbero fatto comunque. È evidente quanto gli piaccia ancora suonare insieme: i botta e risposta e le conseguenti risate, soprattutto tra Mac e il chitarrista Andrew Charles White, sono tutt’altro che scritti e uno dei bersagli è ovviamente la Brexit: «Full English Brexit? I prefer a full English breakfast». Tra una Nobody e una On The Level, non sono mancate le famose jam semi improvvisate: la coda dell’amatissima Still Together prevedeva almeno un paio di pezzi degli inglesissimi Coldplay, riarrangiati reggae e con una parola corretta ogni dieci. Già, scrivere di Clocks in versione reggae non è nemmeno lontanamente nonsense quanto ascoltarla.

Intorno, l’atmosfera festosa delle giostre in azione e l’attività di tutti i servizi del parco – anche se è brutto chiamare così i food truck, compresi quelli di gelati e zucchero filato, e le mille opportunità di vedere i live più o meno sottopalco e più o meno comodi – fanno pensare a quanta poca fatica fisica sia richiesta per assistere a una giornata di festival rispetto a una parallela organizzazione italiana, e anche a quanto l’intero evento sia poco incentrato sulla massima concentrazione del pubblico sul singolo live. È un male, dal momento che la musica dovrebbe essere il centro di tutto a prescindere dalle abitudini di fruizione del pubblico? Paradossalmente no, perché la ricchezza del contesto e la varietà di stimoli rendono l’esperienza musicale, che comunque rimane protagonista, molto più accessibile, più personale, quindi anche più vicina. Per i gabbiani, le note, le giostre o la “stupidera” di Mac, è stato comunque impossibile andare via da Dreamland tristi.

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