Recensioni

Quel che ci si aspetta da un album di Lykke Li è quanto effettivamente un album di Lykke Li restituisce in termini di atmosfere, suggestioni, melodie e quel misto tra l’algidità dei suoni sintetici e il calore di una voce elegiaca, morbida, flessuosa come quella della cantautrice svedese, che con questo lavoro va a parare proprio lì dove col precedente I Never Learn, risalente a quattro anni fa, era rimasta appesa in attesa del passo successivo. Ma ha imparato, accidenti, perché So Sad So Sexy riesce a innestarsi sulla scia del predecessore ma a distanziarsene allo stesso tempo, con un approccio forse ancora meno europeo e più “nero”. La Nostra si abbevera alla fonte della tanta acqua passata sotto i ponti nell’ultimo lustro, a partire dalla “blackness” che ha invaso la musica pop e rock, fenomeno peraltro già ampiamente discusso e analizzato.
Nel frattempo, però, non è rimasta a guardare, tra featuring (la ricordiamo con gli U2 in The Troubles, pezzo conclusivo del loro Songs Of Innocence, 2014), fondazione di supergruppi (i LIV, insieme a – tra gli altri – Miike Snow e Peter Bjorn and John), colonne sonore (insieme a Woodkid per Never Let You Down, dalla soundtrack di The Divergent Series: Insurgent) e cameo cinematografici (nel film Song to Song di Terrence Malick). Ma era per un nuovo disco che l’attendevamo. E dopo quattro brani ad anticiparlo (Deep End, Hard Rain, Utopia e Sex Money Feelings Die), ecco finalmente la quarta fatica in studio della musa scandinava, alla quale si è affiancato in cabina di produzione un team di cui fa parte anche Rostam Batmanglij dei Vampire Weekend. E la copertina “klimtiana” rappresenta bene la tendenza al collage sonoro che è la cifra dell’album.
Siamo in territori dark pop con rivoli che puntano decisi verso dream, electro e R&B. Abbondano archi e synth a costruire scenari oscuri dove l’ugola della Li volteggia al buio ma, come un pipistrello che conosce a menadito la notte, sa sempre dove guizzare senza andare a sbattere contro balconi o pali della luce. E nel farlo disegna traiettorie oblique e irresistibili come quella Jaguars In The Air, il cui testo è quasi un calembour, o quella Deep End dagli accenni trap. Mentre Two Nights è arricchita da un feat. del rapper Aminè.
Non un disco epocale, certo, per l’apertura di nuove vie bisogna guardare altrove, ma un buon lavoro che accontenterà sia gli amanti dei virtuosismi vocali che coloro i quali alla musica chiedono unicamente, disperatamente, dannatamente, nient’altro che anima.
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