Recensioni

Madrid, 2019, Mad Cool Festival. Lykke Li rispondeva così ad una domanda sui progetti imminenti: «Forse deluderò tutti ma mi ridimensionerò, rallenterò e farò un passo indietro. [Farò] musica più soul. Mi sono accorta di non essere più una spring chicken (ragazzina) e intorno a me ci sono persone molto più affamate… perciò voglio fare solo ciò che IO desidero fare ovvero musica che viene dal cuore e niente altro».
Un anno prima del funesto 2020 sembra anticipare una decisione che molti suoi colleghi prenderanno di lì a poco, complice la reclusione e le riflessioni ad essa collegate. Ma Lykke Li si è presa più tempo, ha raccolto molti vetri e ragionato sulla variabile tempo in maniera sostanzialmente perfetta, tornando con tutto ciò che la rappresenta. Fuori la blackness, la trap e l’hip hop che avevano contraddistinto l’episodio del 2108 So Sad so Sexy e dentro i rumori ambientali, i paesaggi rarefatti e le atmosfere trascendenti. Sì, per chi se lo stesse chiedendo, Eyeye è un piccolo ritorno alle origini: nello specifico, al suo terzo album del 2014, I Never Learn, quello della consacrazione artistica dopo esplosione e assestamento.
Per l’occasione Lykke Li torna ad affidarsi in fase di produzione al ben rodato Bjorn (di Peter Bjorn And John), sempre in grado di sintonizzarsi perfettamente sugli stati d’animo della connazionale e di accompagnarla attraverso i suoi sentieri umbratili e magmatici. È vero che Lykke Li “never learn”, lei stessa ha dichiarato «I became disillusioned, realising that I was stuck in my own repetition» parlando di Eyeye, introducendo un tema che è ricorrente nei brani, ovvero quello amoroso, che la porta a confrontarsi con un dolore viscerale e con la necessità di metterlo per iscritto e poi in musica. Come in un mistico saṃsāra di ispirazione buddhista, l’artista svedese si muove come in un loop («Spun around your side for so long, thought maybe time would catch on» – Highway to your heart / «Spin my heart around and ’round flying and I can’t come down» – Carousel).
Per interrompere questo ciclo, poco spazio è lasciato alle speranze mondane e, mai come stavolta, Lykke Li punta altrove, rivolgendo lo sguardo ad un mondo non propriamente terreno: sulla scorta di tale considerazione, Eyeye, titolo palindromo che richiama la ciclicità di cui sopra, si presta a varie interpretazioni. Prima di tutto un terzo occhio «attraverso il quale ho guardato per immaginare e concepire il mondo sonoro di questo album», poi un trick fonetico che riflette sulla duplicità del sé (I+I in inglese) qui ben esplicitata nei continui rifermenti ai momenti di lucidità/alterazione legati all’amore. Infine, volendo scomodare la soteriologia, ancora un riferimento buddhista sul concetto di visione “oltre” necessaria per arrivare alla fine di quel doloroso ciclo di cui sopra.
Oltre ad aver spogliato lo spettro sonoro riducendolo all’essenziale, Lykke Li ha affiancato al nuovo album sette loop visivi in cui musica e immagini rivelano una narrativa più grande, con video che evocano i temi centrali dell’album: fantasia, ripetizione e l’infinito circuito chiuso in cui siamo bloccati. Lykke al fianco di Jeff Wilbusch (Oslo, Unorthodox) è diretta da Theo Lindquist e dal direttore della fotografia Edu Grau (A Single Man, Passing). I video di un minuto, pensati per essere visti come frammenti di una storia più ampia, sono stati girati con pellicola da 16 millimetri.
Con Eyeye, ennesimo buon album alt-pop ispirato (in parte) dalla pandemia, Lykke Li si è liberata dalle gabbie del mercato, delle icone, delle vendite, restituendoci un disco (finalmente possiamo dirlo senza problemi) à la Likke Li. Se da un lato ciò lo rende perfetto per cuori spezzati e per chi cerca un’alternativa alla gabbia del dualismo culturale dominante, dall’altra il rischio è di sprofondare in un loop (sì, ancora una volta) claustrofobico dopo qualche minuto.
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