Lykke Li
Lykke Li, foto per la stampa (2022)

Viaggio al termine della notte. Intervista a Lykke Li

Novant’anni fa Louis-Ferdinand Céline pubblicava il suo romanzo sulla notte dell’essere umano, un surrogato di esperienza e, allo stesso tempo, una testimonianza di quel periodo storico del Novecento che si rifletteva anche nella “folla solitaria” newyorkese. Il nuovo album di Lykke Li è notturno e parla di solitudine, ma ai giri del mondo preferisce il suo appartamento e sostituisce l’acume reportistico e sociale céliniano con l’introspezione e il minimalismo. EYEYE esprime la condizione di «quando sei incastrato in un loop e non riesci a uscirne», mi racconta via Zoom la cantautrice svedese, vittima del jet lag ma a suo agio nel raccontare un disco così personale.

D’altronde, EYEYE è stato registrato nel suo appartamento losangelino come se fosse una sorta di diario improvvisato, un modo per dar sfogo ai pensieri senza mediarli con tecnicismi e trovate da studio. Lykke parte dal mio tentativo di sintetizzare il disco con l’aggettivo notturno e aggiunge: «Volevo che la dimensione dei brani fosse allucinata, una sensazione che era ormai nel mio quotidiano quando mi sentivo paralizzata dalla mia condizione personale e, più in generale, dalla confusione che abbiamo sentito un po’ tutti durante la pandemia».

Tutti gli album di Lykke Li sono un «tentativo di elaborare quello che sta succedendo nella mia vita e trovarne il senso», ma, in questo caso, nonostante le «vite sul pavimento» di You Don’t Go Away e un dolore che «non ha mai fatto male» come ora (Carousel), processare i propri sentimenti e stati d’animo è stato «bello». Questa bellezza la si ritrova nel minimalismo sonoro, voluto perché «le emozioni sono la cosa più importante» che la cantautrice vuole trasmettere a chi si mette all’ascolto di EYEYE. L’approccio minimale ha la capacità di enfatizzare l’abilità di Lykke Li di dipingere paesaggi sonori intensi, qui esaltati soprattutto dai sette video diretti da Theo Lindquist e girati su una pellicola da 16mm da Edu Grau. Una componente visuale che immerge il suono in una dimensione più profonda che intreccia una storia incentrata sull’eterna ciclicità della «psicosi dell’amore», della dipendenza, della ricaduta e dell’ossessione.

Il grande pregio di EYEYE – un album che necessita un ascolto attento per coglierne le sfumature, d’altronde la stessa Lykke mi confessa: «L’ho volutamente missato affinché risultasse un unico lungo racconto organico» – è il processo empatico che scatena in chi sceglie di farsi cullare dalle sue struggenti note, riuscendo a tradurre l’esperienza personale della sua autrice in una condizione generale che tutti noi viviamo in alcuni momenti della nostra vita, non necessariamente legata alla sfera sentimentale. Lykke concorda con la mia visione di due livelli di lettura: il primo è legato alle pene d’amore decantante lungo gli otto brani del disco, mentre il secondo a una dimensione umana globalizzante, capace di abbracciare il nostro sentire con il suo misto di disperazione e speranza. Lykke l’ha finalmente trovata dopo aver terminato un disco che definisce «terapeutico» e che, nelle sue sovrapposizioni sonore, sa essere persino spirituale, senza abbandonare la centralità del bisogno di umanità che tutti noi abbiamo.

Tutto questo nasce da una contrapposizione: suoni struggenti si smarcano da una performance vocale catartica. Lykke mi racconta di come si senta a disagio e ansiosa registrando la sua voce in studio mentre, questa volta, la possibilità di fare tutto a casa l’ha fatta sentire «più libera». Una libertà raggiunta anche grazie all’approccio di Brian Eno, un’influenza di quello che l’artista svedese definisce il suo «analog synth album» nato dalla fascinazione di poter «costruire interi mondi soltanto con il suono».

«I did», mi risponde Lykke Li quando le chiedo se è riuscita a trovarla quella luce quasi impercettibile in EYEYE. La sua voce suona sincera, come se i demoni fossero davvero alle spalle, e mentre mi si palesa questa immagine Lykke mi dice: «Il passato non va assolutamente dimenticato, è parte del presente. Devi sapere dove ti trovi e come sei arrivata fin qui. Ci portiamo appresso i nostri strati temporali, sempre».

L’onestà di un’artista fragile, gli ossessionanti tentativi di sfidare una paralisi emotiva, i tossici escapismi destinati al fallimento: EYEYE parla di tutto questo. Dal canto suo, Lykke Li sembra proprio aver vissuto quella «specie d’agonia differita, lucida, ben portante, durante la quale è impossibile capire altro che non siano le verità assolute» di cui scrive Céline, aggiugendo: «Bisogna averla sperimentata per sapere per sempre quel che si dice».

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