Recensioni

6.3

È sinceramente un mistero il motivo per cui i Lust For Youth siano ancora in catalogo alla Sacred Bones. In International, album lungo numero quattro e terzo su SB, non c’è praticamente più nulla di quella coltre oscura e umorale che ne segnava gli esordi. Certo, il cambio di formazione – è uscita Amanda Eriksson ed è entrato Loke Rahbek, già da un paio di lavori, con Malthe Fischer ufficialmente della partita – è stato ammortizzato, ma ha comunque inciso parecchio sull’allontanamento dei territori notturni e melmosi che LFY era solito frequentare all’epoca Utmarken/Avant!, con una sempre crescente nettezza d’animo quasi pop in cui una qualche linea di continuità interna risulta tutto sommato individuabile.

La linea “dancey” che poteva scorrere in nuce a certi primi passi e che nel precedente Perfect View si manifestava in forme “notturne” con puntate verso cold-wave e gelide lande affini, è ormai la linea dominante del progetto di Hannes Norrvide; un percorso che si è sviluppato passo dopo passo, perseguendo tracciati che agli albori risultavano forse impercettibili e che via via sono andati crescendo e saldandosi strutturalmente alla base del progetto, come ad esempio la vena “nostalgica” che ha sempre ammantato le tracce di LFY e che in questa specie di “concept” sui non-luoghi – Rahbek dixit – provoca una specie di straniante spaesamento. Se all’epoca “dark” poteva risultare una versione in nero delle tendenze hypna, ora la formula indietreggia in una sorta di revival compiuto e concluso su un immaginario e su un suono, più che su un periodo vero e proprio. E cioè quel synth-pop che abbraccia tanto i New Order quanto i Cold Cave, passando per O.M.D., new romantic, primi Depeche Mode, Human League, gli improponibili Pet Shop Boys e moltissimo altro ancora sia transitato dagli 80s ai giorni nostri.

Un paio di numeri che proprio sul versante nostalgia e struggimento da “fernweh” psicogeografica fondano il proprio fascino (New Boys e Armida), alcune imbarazzanti cadute di stile – la glitchtronica da aperitivo brutto declamata in italiano di Lungomare – in mezzo ad un lavoro che gioca di paraculismo elettronico a tutto tondo – riecheggiano addirittura momenti Underworld periodo Trainspotting in Running o slanci balearici in Illume – e che scorre via piacevolmente ma senza sussulti come uno dei migliori dischi “immaginari” degli anni ’80. Attraendo cioè neofiti e, probabilmente, deludendo i fan della prima ora.

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