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7.3

Negli ultimi anni il nome di Lucy Railton non è passato di certo inosservato ai frequentatori e fruitori di musiche d’avanguardia: solo nell’ultimo anno la violoncellista ha collaborato al mastodontico lavoro Does Spring Hides Its Joy insieme al duo (ora anche nella vita) O’Malley/Malone, al disco Fragments Of Reincarnation insieme alla pianista giapponese Michiko Ogawa, ed è apparsa anche nel buon disco di Laurel Halo – AtlasLungi dall’essere però soltanto autrice co-protagonista, Railton da anni affronta in solo un percorso artistico che getta le radici nella propria formazione accademica e nella musica classica (io personalmente l’ho scoperta in questo disco in cui Bach viene trascritto per trio e pianoforte da Fred Thomas) per espandersi e tendere verso espressioni decisamente più estreme – nel senso etimologico del termine – che la avvicinano all’avanguardia più pura.

In questo Corner Dancer – di fatto il suo secondo LP solista dopo Paradise 94 (2018, sempre su Modern Love) – Railton segue dunque la suddetta personalissima ricerca, la quale si materializza tanto nei suoni quanto nel silenzio e nelle pause. Lo fa dando spazio a numerosi strumenti oltre al suo violoncello di canonica ordinanza, come la viella (un antenato medievale del suddetto), sintetizzatori modulari e non, un frustino di crine, una lira e anche la propria voce. Così quello a cui assistiamo durante le undici tracce del disco ha a tutti gli effetti la veste del dispiegarsi di una espressività che ora prende la forma inafferrabile di loop e bordoni mai asettici.

C’è sempre un’imperfezione, un fruscio, un elemento umano a rendere l’esercizio ancora più ammaliante: in questo molto vicino al modo in cui il folk ha contaminato i primi vagiti del post-rock (vengono in mente i Gastr del Sol più strumentali dei primi due album), come dalla nordica Susy in Spectrum che vive di vuoti e pieni così come nella altrettanto minimalista title track. L’inquietante Something in the Heavens pare una marcia funebre o i passi verso il patibolo di un condannato a morte, e Standing Cadence non è certo da meno, portando il discorso fino alle estremità di sperimentazione che furono di François Bayle e della sua acusmatica, che ancora emergono facendo il paio con la psicoacustica di Maryanne Amacher in Held in Paradise (il debutto al violino di Railton).

Un lavoro che in quaranta minuti si muove sinuoso e imprevedibile, culminando e trovando una sorta di porto franco nella dilatata Blush Study, con il contrabbassista Petter Eldh, al confine estremo di ballad fantasmatiche alla moda di una Grouper o una Colleen. Il disco che fotografa – e non a caso c’è proprio lei in copertina, con un ritratto sui toni caldi del rosso – lo stato di grazia di un’artista multiforme che sta mettendo la propria consapevolezza accademica al servizio di sperimentazione e ricerca.

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