Recensioni

Nel curriculum di Lucy Railton, violoncellista britannica diplomata alla Royal Academy of Music e tra le altre cose co-curatrice del London Contemporary Music Festival, ci sono collaborazioni con Russell Haswell, Beatrice Dillon e Peter Zinovieff: mica male. Dopo una serie più che decennale di partecipazioni a vari progetti discografici come strumentista (Orbital, Bat For Lashes, Bonobo tra gli altri) e soprattutto dopo Tricko, bel lavoro firmato nel 2015 da Kit Downes ma costruito sul dialogo cameristico alla pari con la tastiera dal jazzista inglese), finalmente la Railton pubblica (via Modern Love, mancuniana label casa dei Demdike Stare) un album a suo nome: mica male, anzi, bellissimo. Denuclearizzato, poliforme e bellissimo. Oh, sempre che si sia disposti ad investire orecchie, testa e cuore su un artefatto di sperimentazione contemporanea di non facile decrittazione, visto l’ampio spettro di riferimenti presupposto dall’artista. I due mix assemblati nel 2017 dalla Railton per la norvegese SVS Radio (in ascolto qui e qui) esprimono in pieno il mondo in cui si muove la violoncellista inglese: un’area estesa tra le sperimentazioni elettroniche di Pauline Oliveros e la techno di Surgeon, passando per drone music e improvvisazioni noise, field recordings e folk siciliano (!), Mika Vainio e Cocteau Twins.
La fascinazione per l’elettroacustica colta non limita il piacere al solo livello cerebrale: nell’abbandonarsi alla varietà di approcci espresso da Paradise 94, più prezioso block notes di appunti che vero e proprio lavoro compiuto, c’è forse più ricavo emotivo che intellettuale, potendo godere di un approccio genuinamente appassionato e senza spocchia. Pinnevik, già presentato incastonato nel secondo mix di cui sopra, è metonimica parte espressione del tutto, con le sue sventagliate incatenate di vento elettronico contrappuntato da un nebbioso bordone d’organo. Nella tavolozza railtoniana non c’è dicotomia tra digitale e analogico, tra naturale e sintetico: al violoncello, fonte privilegiata di vibrazioni e armonici, sussulti e rasoi, vengono affiancati altri motori e cinghie di trasmissione, per un oscuro viaggio nell’ignoto pieno di sorprese e di curve a gomito, dove tra il filo spinato si possono pure trovare squarci di pensosa serenità bachiana (For J.R.). Un terzo dell’album (11 minuti su 33 totali) è riservato alla meraviglia metafisica di Fortified Up, cosmica e non rigorosa scala Shepard verso Giove e oltre l’infinito che si risolve in un Re instabile e interrogativo, con Giacinto Scelsi come buono e giusto nume tutelare. Esperienza da provare.
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