Recensioni

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Lucy Dacus, classe 1995 da Richmond, Virginia, è il lato più soffice del triangolo boygenius, laddove le più o meno coetanee Phoebe Bridgers e Julien Baker tradiscono un’estroversione più marcata, a tratti arrembante (la Bridgers) e quasi sempre intensa (la Baker). Un momento, però: la morbidezza della Dacus è ingannevole, capace di sorprenderti rovesciando i toni vellutati in spregiudicatezza quando non in scariche urticanti. Unite in quel supergruppo allestito “per caso” (Baker dixit), le tre ragazze raccontano un modo allo stesso tempo disinvolto e problematico di vivere il rock, intriso di radici folk e disposto ad accogliere le istanze del pop, capace di affrontare temi complessi senza però (perciò) rinunciare a salire sul predellino della radiofonia.   

Lucy, che con Home Video giunge al terzo album da solista (come Julien, uno in più di Phoebe), maneggia un codice senz’altro più carezzevole, votato al pop con naturalezza, che pure tradisce un’inquietudine irrisolta, nonché il relativo bisogno di fare i conti con se stessa. Ovvero: con la memoria. Non a caso quel titolo, il riferimento a una modalità obsoleta (stavo per scrivere: vintage) di fissare ricordi, come se l’atto del ricordare contenesse una componente di nostalgia irrecuperabile, di un tempo che in realtà non è mai stato davvero il suo. Un po’ lo stesso discorso che potremmo fare a proposito del rock: proprio come le VHS sono state spazzate via dai DVD quando Lucy metteva i primi dentini, allo stesso modo il rock vedeva tramontare la sua stagione aurea col finire dei Nineties. Sarà per questo che il rock per Dacus sembra essere più un vocabolario che una categoria del sentire, qualcosa che ha recuperato (grazie ai molti ed efficaci modi con cui oggi si può recuperare il passato) e che quindi utilizza per dare forma alla sua strana e per molti versi paradossale nostalgia.

Si prenda quel che accade in VBS: è una ballata folk-rock ciondolante e indolenzita, dalla grana onirica che direi in bilico tra Neil Young e gli XX, e che d’un tratto si concede qualche istante di elettricità tosta e distorta ma solo per sottolineare il verso «Playing Slayer at full volume helps to drown it out». Questo utilizzo impressionistico di un ingrediente “rock” sottolinea appunto un approccio di tipo funzionale al codice del rock, da parte di una musicista che è in realtà principalmente una confezionatrice di toccanti ballate folk-pop (vedi la drammatica Thumbs, il valzerino trepido di Christine e soprattutto Partner In Crime con quel velo di autotune e l’afflato shoegaze caramellato). 

L’elettricità sostenuta di First Time e i vaghi retaggi Smiths di Brando rappresentano in questo senso una conferma ulteriore, perché alla fine ad emergere è l’aura melodica/malinconica, punteggiata da tastiere madreperlacee di ascendenza dream pop. Quanto al resto, spicca una Cartwheel sospesa tra incantesimo, senso di perdita e apprensione («The future isn’t worth its weight in gold / The future is a benevolent black hole»), la opening Hot & Heavy – una mischia agrodolce da cuginetta di Sharon Van Etten con particelle springsteeniane 80s – e la conclusiva, struggente Triple Dog Dare, dove la compenetrazione tra rimpianto e crisi d’identità raggiunge il diapason (anche sonoro, vedi quella folata noise nel sottofinale).  

Un tempo si usava dire che il terzo album era quello “difficile”, quello della maturità o della disfatta, affermazione a cui era lecito concedere credito nell’epoca in cui gli album rivestivano un senso forte tanto per i musicisti quanto per gli ascoltatori. E oggi? Chissà. Fatto sta che il terzo album di Lucy Dacus sembra un’istantanea sul suo tentativo di assestarsi come persona e – quindi – come musicista, suggerendo che questo stato di transizione possa rappresentare la sua cifra espressiva permanente. Al momento, quel che sembra mancarle in personalità è compensato da una sincerità disarmante, dall’attitudine a esporre certi scomodi percorsi emotivi come se fosse il modo per mettere alla prova le fragilità, uscendone in qualche modo più forte. Non so se su queste basi sarà mai in grado di sfornare un capolavoro o se dovremo accontentarci di una sequela di buoni dischi. In ogni caso, Home Video lo è: un buon disco.

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