Recensioni

6.5

Secondo album, ancora su Matador, per la cantante e compositrice di Richmond, Virginia, a due anni da No Burden. Giovanissima ma qualità da veterana, la Dacus si conferma penna interessante mettendo in fila 10 brani dagli aromi indie-folk che alternano vena malinconica ad aperture rock che per certi versi ricordano i Killers della prima ora (Addictions, Nonbeliever) o gli avvitamenti radioheadiani periodo The Bends / Ok Computer (Body To Flame, Pillar Of Truth), ai tempi – cioè – di quando lei ancora gattonava sul pavimento di casa. Poi, crescendo, immaginiamo che avrà avuto modo di apprezzare anche le arrampicate dei Muse e – perché no – le cavalcate dei Fanfarlo. Ma lo stile resta cantautorale, intimista, dalle venature increspate.

Che di stoffa pregevole si parli è evidente. E le aspettative che circondano questa ragazza dal viso angelico ma dall’animo selvatico devono essere altrettanto elevate se due anni fa l’endorsement le giunse nientemeno che dall’allora candidato alla vice presidenza americana – ed ex governatore della Virginia – Tim Kaine. Il quale probabilmente festeggerà più di tutti l’esito dell’evoluzione della sua prediletta.Della quale non inganni la voce tenera, soffusa e rassicurante: la Dacus sa graffiare. L’impianto è solidamente pop-rock di stampo chitarristico e i brani hanno un impatto subitaneo. Non di rado partono lenti, confidenziali, dai toni quasi bedroom-pop, per poi nella seconda parte esplodere in elettrico ergendosi fieri, epici e maestosi: una cameretta, sì, ma in disordine, piena di pedate e con il letto sfatto.

Come una cercatrice di conchiglie che sa dove si celano le perle, la Dacus fa fruttare il suo invidiabile fiuto per la melodia (notevoli, in questo senso, The Shell e Next Of Kin) e lo mette al servizio di testi crudi, intimisti e crepuscolari («La prima volta che ho assaggiato lo sputo di qualcuno / ho avuto un attacco di tosse», canta nell’opening track) che raccontano perlopiù di storie d’amore finite male, o malamente in corso d’opera. L’unica pecca è che forse il timbro della voce (che ricorda quello di Romy Madley Croft degli XX) è un po’ monocorde e alla lunga ha l’effetto di stancare, ma ci sarà tempo e modo per correggere qualche perdonabile mancanza.

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