Recensioni

Il Farnese di Parma è un teatro che, per la sua imponenza architettonica recuperata fedelmente dai disastri della seconda guerra mondiale, viene riservato perlopiù all’ammirazione del visitatore di passaggio piuttosto che per spettacoli od eventi d’arte quali che siano, che nello sfondo dell’impressionante arredo ligneo che lo contraddistingue troverebbero sempre un elevatissimo valore aggiunto.
Una delle rare occasioni in cui c’era la possibilità di poterlo vivere nella pienezza delle sue funzioni doveva essere il concerto di Bonnie “Prince” Billy e se le cose fossero girate subito per il verso giusto, sarebbe stato un evento emozionante oltre ogni più generosa aspettativa. Cosa è andato storto rimane invece un mistero irrisolto, perché l’impianto audio ha iniziato a bisticciare ancor prima dell’inizio e i ronzii che ne sono derivati hanno fatto “temere” un featuring dei Matmos fuori programma, mentre la speranza che si trattasse di un guaio passeggero scemava sulla prospettiva irrazionale di un concerto totalmente acustico.
Una situazione che, va da sé, ha innervosito rapidamente il pubblico e soprattutto il bizzarro “cantastorie” di Louisville, apparso inizialmente poco accomodante nel suo look in cinquanta sfumature di blu (ivi compresi il colore degli occhi e quello delle unghie delle mani) con orgia floreale sul davanti della camicia. Dunque la prima mezz’ora abbondante del concerto è stata all’insegna della precarietà più che della poesia, con i tecnici audio costretti loro malgrado ad irrompere più volte sulla scena per la sostituzione totale dell’amplificazione mentre il trio – insieme a BPB c’erano Thomas Deakin alla chitarra elettrica, clarinetto e tromba e Jacob Duncan al sassofono e flauto traverso – cercava soluzioni acustiche sufficientemente apprezzabili senza riuscirci del tutto.

Poi però, dopo un po’ di titubanze e divagazioni dialettiche (nonché posturali), l’incanto raggiunge finalmente la sua essenza nel ricordo di Steve Albini con la commovente I See A Darkness, che repentinamente ribalta le sorti della serata e da li in avanti la bellezza intrinseca del contesto sprigiona tutta la sua suggestione, in combutta con la “formula tre” scelta per questo tour, che appare più convincente di altre esibite in passato. Da quel momento si sono ritrovate vivacità, ironia, la magia sulla punta delle dita, le dinamiche cromatiche delle musiche e di una voce particolari, il desiderio cruciale di addentrarsi nei più minuscoli particolari e di rimanerne meravigliati reciprocamente, gli artisti ed il pubblico insieme.
Insomma, decisamente un altro concerto. Che a macchia di leopardo ha attraversato una carriera ultra ventennale per arrivare sul finale a omaggiare anche Mina, con una sontuosa interpretazione de L’ultima occasione eseguita in piedi sulla sedia elevata a pulpito d’ordinanza. Decisamente un altro concerto, si diceva, ed è stato cosi davvero. Fermo restando che la prima parte sacrificata ai capricci dell’impianto ha messo a nudo anche un’indisposizione alla generosità, oltre l’innegabile bravura, dato che nulla in più è stato concesso, come sarebbe stato invece naturale e doveroso fare, per trasmettere unicità ad una serata nata sotto la cattiva stella.

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