Recensioni

Vent’anni e cinque album dopo l’esordio The Pirate’s Gospel, torna Alela Diane con un album che ribadisce e consolida il suo atterraggio in territorio Americana, lontano dai ritmi, dai formati e dalle dinamiche sensazionalistiche in voga ai tempi dello streaming e dei turbo-social, al contrario fieramente ripiegata nella quieta turbolenza di una tradizione che comunque non evita il confronto e l’attrito col presente.
Insomma, la cantautrice del Nevada c’è, ha dismesso quel po’ di abiti freak e l’attitudine arcana dei primissimi lavori e si fa bastare questo ruolo da folk-singer sintonizzata col lato più intimo delle emozioni, con licenza di sconfinare al bisogno nelle zone buie dell’anima. Ne ha ben d’onde, Alela, visto anche il trauma per la morte di Michael Hurley, leggenda del folk a cui era molto legata e al quale è dedicata una Spring Is A Fine Time To Die pervasa da una scivolosa leggerezza (da qualche parte tra Devendra Banhart e Norah Jones).
Intitolato assai emblematicamente Who’s Keeping Time? – il cui senso svisa attorno alla nozione di tempo musicale, esistenziale e cosmico – l’album è stato prodotto dalla stessa Diane assieme al musicista e tecnico del suono Sam Weber, al quale si deve il bel lavoro di editing e missaggio delle incisioni originali avvenute in larga parte nella soffitta della casa vittoriana (risale al 1892) di Alela a Portland, dove ha suonato dal vivo con una piccola comunità di musicisti, tra cui Anna Tivel e Peter Lalish dei Lucius.
Se si avverte un gusto neanche troppo vagamente “Laurel Canyon” in ballate che fanno i conti con la memoria e gli affetti, a partire dall’iniziale California con le tessiture di chitarra e i fraseggi vocali in bilico tra Joni Mitchell e il Crosby più morbido, altrove si impongono trame più raffinate e oscure, come quella Dusty Roses che intreccia chitarre (acustiche ed elettriche) e un violino malinconico che fa pensare a un Andrew Bird invaghito di Sandy Denny (“She gets off work / Goes downtown / Whiskey drowned / Find some stranger / To hold like a key (…) Where has our girl gone?”).
Oppure vedi le rarefazioni di archi e piano in To Be Kind (da qualche parte tra Kate Bush e Joanna Newsom), o ancora le solennità chamber folk di Fragile As A Flame, nella quale postura folk e taglio cinematico si stratificano come una Shirley Collins reimmaginata da Weyes Blood (“Rain falling down again / Seasons move through / I see the changes in me and in you”), per non dire di una Could Be che spinge le tastiere in sella a un groove delicato srotolando una melodia introspettiva come certe malinconie Laura Marling.
Forse il pezzo più bello – di quelli che ti fanno utilizzare un aggettivo come “mesmerico” senza farti sentire un disagiato – è Galloping, col suo caracollare allucinato e la febbricola onirica in cui avverti la presenza di vestali come Linda Perhacs e Vashti Bunyan (“Words in bed / Up all night / Bones clank together / Like a puppet”), mentre la conclusiva Endless Waltz incede agrodolce tra sobri arrangiamenti orchestrali come una lettera d’amore al passato scritta con la calligrafia tenebrosa di Leonard Cohen e lo sguardo larvato di un Townes Van Zandt (“All those years of loving / And they’ll pass the torch at sunset / To their children on the shore”).
Album accorato e accurato, la cornice perfetta per valorizzare la calligrafia densa e traslucida di Alela Diane, che non fa mistero di credere alla possibilità che una tradizione ricca di implicazioni possa abitare – o infestare – a pieno titolo il presente.
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