Recensioni

6.3

Dal 2014 a oggi Lp, che sette anni fa ci aveva stregato con Lost On You, sbornia malinconica sulla rottura con la donna amata, ha pubblicato un album ogni due anni. Se con Forever For Now (2014) le cose erano andate bene, l’impressione è che via via, l’andatura dell’artista si sia fatta sempre più dinoccolata, come se il suo immenso talento facesse fatica a trovare la strada in cui immettersi.

Tra alti e bassi, Love Lines è la perfetta esemplificazione del percorso interessante ma slabbrato di Laura Pergolizzi: in esso troviamo brani baciati dall’ispirazione e altri – molti – privi di consistenza. Nel primo gruppo possiamo senza dubbio annoverare Golden (scritta da Andrew Berkeley Martin, Ashton Irwin, Matthew Pauling e la stessa Lp), che qui sfrutta una formula sonora irresistibile per giocare con la sua caratteristica voce, che declina in fraseggi floridi sfruttando la notevole estensione di cui è dotata, per poi tornare a essere mordace e abrasiva.

Anche negli altri singoli Lp sembrerebbe essere tornatə a quella immediatezza pop-rock che ha caratterizzato i suoi momenti migliori: Long Goodbye dirotta le atmosfere su sonorità chamber pop, con qualche richiamo al al glam rock e, addirittura, nell’attacco chitarristico, a Here Comes The Sun dei Beatles, laddove Love Song predilige un’impalcatura più classicamente pop-rock. La matura One Like You, scritta insieme a Ashton Irwin (5 Seconds of Summer), Andrew Berkeley Martin (Palaye Royale) e il produttore Matthew Pauling, cresce di ascolto in ascolto grazie a un irresistibile fascino vintage.

La melodia più accattivante, quella di Love Lines, viene bruciata sull’altare della ripetitività e di gorgheggi non sempre necessari, ma a far peggio è sicuramente Hola che, se da una parte spezza la monotonia di un disco fin troppo compatto, dall’altra risulta più simpatica che interessante.

Gran parte delle ballate (Dayglow, Blow, Hold The Light) scivola via senza lasciare il segno, anche a fronte di una compressione eccessiva in fase di produzione, in cui sia gli strumenti che la voce di Lp – che della vulnerabilità vocale ha fatto il suo tratto distintivo – suonano freddi e ordinari. Tutti i pezzi di Love Lines sono prodotti dal già citato Matthew Pauling, che spesso fa capolino anche in fase di scrittura; viene quindi il dubbio che Pauling, come un novello Rick Rubin, abbia strigliato a lucido le canzoni, che di per sé suonerebbero più sincere e arruffate, per renderle appetibili al pubblico distratto di social e radio.

Da salvare la delicata Big Time che, scevra da velleità pretenziose e sterili vocalizzi, si muove su una melodia alla chitarra che richiama le ballate in voga negli anni 2000, nonché la riuscitissima Wild, in collaborazione con la nostra Levante (che non figura tra gli autori), un pezzo pop fresco ed efficace su una relazione che va disintegrandosi; l’intreccio di voci funziona molto bene, al punto che negli intermezzi vocali sembra quasi di sentire MARINA e Charli XCX ai tempi d’oro. Peccato che nel disco sia presente sia la versione solista di Lp e, in fondo alla setlist, quella in collaborazione con la cantautrice siciliana.

In fondo non possiamo biasimare Lp quando si lascia andare a qualche compromesso di troppo ma, proprio perché il suo valore come cantautrice pop è innegabile, è lecito aspettarsi da luə qualcosa in più di un buon compitino.

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