Recensioni

La classicità dei Yo La Tengo è un assioma. Quando lo sono diventati, classici? Nel 2000, con And Then Nothing… ? O nel ’97, con I Can Hear The Hearts… ? Ma non era forse già un classico May I Sing With Me (1992)? Pensateci bene: in realtà sono sempre stati talmente rispettosi dei canoni indie rock (estetici, musicali, esistenziali) da incarnare, non vi sembri un’esagerazione, un paradigma eterno. Benché mutevole; e questa è anzi la loro maggiore fortuna, il loro miracolo più riuscito. Sonic Youth, Pixies, Dinosaur Jr hanno da sempre i nomi scolpiti nella pietra – a diritto, per carità -, ma nessuno mai come Ira, Georgia e James, neanche tra venti, trenta o cinquant’anni. E loro lo sanno benissimo, e a ogni album fanno in modo – con estrema nonchalance, peraltro – che questo paradigma ne esca rinnovato, se possibile ancora più forte.
Non è quindi un caso se Fade, a partire dal titolo, ha il peso del bilancio consuntivo. La soglia della mezza età è stata superata da tempo e i Yo La Tengo stavolta, anziché continuare ad esorcizzare con adorabile nerdismo gli spettri della maturità (vedi alla voce Condo Fucks) preferiscono prendere la questione di petto. È un disco – il classico disco – che affronta temi come morte, perdita, il passare del tempo; ma non può farlo che alla maniera dei Nostri, ovvero con la naturalezza e la spontaneità con cui hanno attraversato ogni fase della loro carriera (e vita). In sordina, sì, ma con una profondità inaudita che arriva dritta al cuore. Basta la conclusione di Before We Run, tenue ballata affidata a Georgia che cresce e cresce maritando solennemente umori post e carezzevoli pennellate orchestrali, per spiegarvi cosa c’è dentro quest’album. Il meglio dei Yo La Tengo, rivisto sotto la luce di John McEntire (un’unione annunciata: d’altronde si frequenta coi nostri dai tempi dei Seam) e da essa reindirizzato e rinvigorito: dei precedenti Popular Songs e I’m Not Afraid Of You… vanno via le lungaggini, lasciando spazio alle canzoni con quel consueto enciclopedismo che ben conosciamo (kraut in Stupid Things e Ohm, pop in It’s Not Enough, per citarne giusto tre); il sig. Tortoise di suo ha il merito di aprire spazi inusitati a un suono noto ma, per sua natura, straordinariamente fecondo di potenzialità. Se i tre di Hoboken volevano lasciarci il loro ideale canto del cigno, ci sono riusciti. Ma qualcosa ci dice che la storia non finisce qui…
Amazon
