Recensioni

È stato rinviato più volte, il terzo disco della band composta da Hannah Reid, il chitarrista Dan Rothman e il polistrumentista Dot Major. Il lavoro era iniziato addirittura nel 2019, poi è arrivato il Covid-19 a guastare la festa e scombinare i piani: pertanto ci sono pervenuti assaggi sotto forma di singoli, un annuncio ufficiale e un ulteriore slittamento dell’uscita di Californian Soil da febbraio ad aprile. Antipasti diversi tra loro, sebbene con sapori e profumi familiari – i London Grammar in fondo sono sempre loro: si muovono su un terreno pop etereo ma con carattere, intenso ma non per forza straripante, saldo nel presente ma con forti richiami agli anni 90, perfetta musica chill-out per un post-serata prodotta con diligenza e cantata con convinzione – ma con testi più sentiti, più diretti, scatenati da riflessioni di Hannah sulle relazioni e sul proprio ruolo nel mondo e in un’industria discografica che, ancora oggi, tende a prendere le donne meno sul serio rispetto ai colleghi uomini.
Nessun aggancio vero e proprio al movimento #MeToo, nessun cinismo – la molla è scattata semplicemente dalla voglia di raccontarsi senza troppi filtri e a cuore aperto. Reid ha deciso di prendersi più cura di sé (affetta da fibromialgia, promette che tornerà on the road a fine anno ma con ritmi meno forsennati) ma soprattutto di essere riconosciuta come vera leader del trio, oltre che come vocalist. Di meritare più voce in capitolo sulla direzione artistica del progetto proprio come i suoi compagni di viaggio. E che questo sia il disco più “suo” tra quelli pubblicati finora ce lo racconta già la suggestiva copertina, in cui l’artista per la prima volta figura da sola.
Non c’è da preoccuparsi, tuttavia: se sono mutati gli equilibri, la storia della band prosegue con la maestria melodica cui ci ha abituati e lo fa lusingandoci con ritornelli a presa rapida, uptempo ma con garbo, strutturati da soli o con qualche piccolo-grande aiuto – tanto vale fare nomi e cognomi: Charlie Andrew, già produttore di An Awesome Wave degli Alt-j, ha co-prodotto la title-track e il brano conclusivo, America; George FitzGerald, maverick dell’elettronica che incide per Ministry of Sound con il progetto OtherLiine e cui pochi anni fa si rivolse anche Tracey Thorn, ha messo le mani in Lose Your Head e Baby It’s You; Steve Mac, un’impressionante macchina da hit in carne e ossa che ha co-firmato Rockabye dei Clean Bandit e Shape of You di Ed Sheeran, qui si è dedicato (insieme ai London Grammar e Al Shux) alla stesura di How Does It Feel.
Tutto questo potrebbe far pensare al disco della definitiva consacrazione dei London Grammar, eppure ciò che ancora oggi manca, al trio, è un sound fortemente riconoscibile. Il femminismo di Hannah Reid non ha la stessa dirompenza, originalità e raffinatezza di quello di Annie Lennox del periodo Eurythmics (assimilato in maniera più conturbante da Christine and the Queens), se vogliamo restare nell’ambito del pop, né pretende di avere la stessa rabbia delle cantautrici rock che abbiamo amato nel decennio successivo. La sua voce ha più nuances di quella di Florence Welch, cui viene spesso accostata a torto o a ragione, ed è avvolta – senza rischio di asfissia – dalle trame elettroniche corpose dei suoi due partner in crime. L’impressione è che la qualità ci sia tutta, ma che il risultato complessivo fatichi ancora a lasciarci a bocca aperta.
I sentori di Massive Attack prima maniera nella title-track, ma anche certe atmosfere che trascinano all’improvviso nei tardi anni 90 di band di culto come gli Olive, o al Moby pre-Play (si ascolti Lord It’s a Feeling, con i synth intenti a cullarci mentre le parole prendono non proprio delicatamente a schiaffi) non stridono affatto accanto a pezzi più smaccatamente contemporanei – How Does It Feel è materiale che farebbe ingelosire The Weeknd e quasi spingerebbe i Daft Punk a tornare insieme anche solo per creare una serie di remix mozzafiato per il brano. Di certo non sono i pezzi radiofonici a mancare, tra la timida dance di Baby It’s You, la Beth Orton evocata in Call Your Friends e le atmosfere vagamente à-la Hooverphonic di I Need The Night, ed è forse proprio per questo che risultano meno efficaci, seppur certo con una propria raison d’etre, i momenti di malinconia e struggimento sparsi soprattutto a fine album.
Difficile stabilire che Californian Soil sia un punto di arrivo, o un lavoro di transizione o che si collochi nel bel mezzo dello spettro. Più alla nostra portata è riconoscere che siamo di fronte a un disco onesto, che cerca di smorzare le leziosità e pomposità del pur buon predecessore Truth Is a Beautiful Thing con buoni risultati, ma che fa più promesse di quante ne riesce a mantenere.
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