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Sono passati ben otto anni da Palazzina Liberty, l’ultimo album collettivo della band di Francesco De Leo che – su queste pagine – era stato descritto come “una simpatica catastrofe, un compassionevole disastro”. Nel frattempo, c’è da dire, il leader della band di base a Milano si è dato da fare: il primo lavoro solista La Malanoche (con dietro ai mixer Giorgio Poi) risale al 2018, mentre il seguito Swarovski, con le interessanti riflessioni sulle figure femminili e conseguenti feat. con cmqmartina, Maria Antonietta e altre, è del 2022.

Il tram dell’itpop, intanto, è andato fortissimo e i colleghi di De Leo sono finiti a riempire palazzetti, scrivere colonne sonore o fare Sanremo. Il leader de L’officina della camomilla un po’ paga il ritardo (discografico e anagrafico) con cui il fenomeno è esploso, un po’ rivendica una giusta gelosia indie (d’altronde lui è pre-calcuttiano), che lo porta a interessarsi poco dei grandi numeri e più della qualità dei suoi lavori.

Ascoltando il nuovo album Dreamore, però, ci sembra di fare un salto indietro nel tempo. Certo, la formula è la solita musica da cameretta super retrò fatta di strumenti giocattolo, semplici riff di chitarra e testi fra l’ironico e l’agrodolce. Ma, con la band ritornata in formazione originale, sembra che L’officina della camomilla abbia appena scoperto La moda del lento dei Baustelle o Non c’è due senza te di Dente e abbiano voglia di farcene sentire una versione aggiornata.

Il “dream” del titolo è assicurato dall’onirico in zona Mercury Rev o dalle astrazioni stellari degli Air (Caramelle Boy – Lecca Lecca Girl), mentre le coordinate più ritmiche sono offerte dal vintage iperattivo degli Stereolab (Léon) o l’electro-pop dei Phoenix (William). Dentro questo perimetro però manca la raffinatezza delle trame proprie dell’indie pop fatto bene. E questo vale sia per quanto riguarda gli arrangiamenti (o spesso la scarsezza degli) come dimostrano brani come Caramelle Boy o Rimbaud Party, che per i testi. La conclusiva Techno is My Boyfriend, per esempio, riesce a frullare LGBT, Euphoria, Banksy, Disneyland, Strip Poker, Jurassic Park in un calderone iper generalista senza che ci sia un reale filo conduttore. Intendiamoci, il pop è da sempre (auto) citazionista, ma l’operazione avrebbe senso se inserita in un’atmosfera capace di creare il giusto immaginario. Qui c’è puro cut up surrealista, che sembra messo più per farci drizzare le antenne che per farci immergere nel mondo dell’autore.

Colombre e Lucio Corsi rappresentano forse i riferimenti recenti più simili a L’officina della camomilla. Il primo, però, utilizza la magia del quotidiano per farci entrare nella sua poetica fatta di piccole cose, mentre il secondo prende le fiammate del glam per ribellarsi all’inevitabilità del diventare adulti. E, sebbene la cartella stampa ci dica che “Dreamcore è soprattutto un album sulla decadenza dell’impero occidentale” (sic.) e sebbene si possano cogliere sparuti (anche se non prettamente necessari) riferimenti a Kerouac, Christian F. o Bret Easton Ellis, questi sono sempre offuscati, fuori posto o non richiesti.

A Dreamcore si applica, insomma, il vecchio detto (che abbiamo alle volte tirato fuori per Calcutta, Lo stato sociale e altri esponenti del pop all’italiana nuovo o vecchio) che non basta uno slogan generalista, una buona rima, una parola mai usata in un brano pop, per fare una buona canzone. Woodstock 99, Léon, William sono pezzi ben confezionati, certo, ma sembra che la loro ambizione più grande sia quella di arrivarci allo stomaco, farci sentire qualche intuizione simpatica, arguta o frizzante. Nulla di quella profondità (anche leggera) di cui dispone tanto il repertorio del genere pop, quanto le indubbie qualità compositive dell’autore.

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