Recensioni

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Solo qualche mese fa riflettevamo sul “caso” Lo stato sociale con tutto il portato sociologico annesso e connesso e ora ci troviamo a scrivere di una band che adotta lo stesso modus operandi. A cominciare dall’etichetta scelta per la pubblicazione (una Garrincha Dischi che dopo il successo di Turisti della democrazia riprova il colpaccio), passando per gli ospiti chiamati a collaborare (a dare la benedizione c’è proprio la formazione bolognese citata in apertura), fino ad arrivare a un immaginario che più indie di così non si potrebbe. Con tanto di Ikea immancabilmente citata nei testi, manco si trattasse ormai di un riferimento obbligato per ogni band emergente che si rispetti.

Certo, affidarsi anche a scelte musicali analoghe sarebbe stato troppo, e allora i cinque de L’officina della camomilla optano per un groviglio di chitarre elettriche à la Libertines (Dai graffiti del mercato comunale), una spruzzata di reggae (Agata Brioches), intimismo sdrucito da cameretta (Un fiore per coltello), certi pianoforti disimpegnati (Città mostro di vestiti) e un vago country (La provincia non è bella da fotografare). Senza dimenticare di confezionare tormentoni à la Mi sono rotto il cazzo, come il post-punk della discutibile Ho fatto esplodere il mio condominio di merda o una La tua ragazza non ascolta i beat happening “danzereccia” e incalzante a suon di “Siamo pieni di droga”. Singoli a loro modo virali, adatti a un pubblico che si è già dimostrato ricettivo in questo senso, attorno a cui costruire un tour duraturo seguendo l’esempio dei “progenitori”.

La sensazione è di avere a che fare con una via di mezzo tra i Lo stato sociale e Jocelyn Pulsar, con la differenza che mentre i primi almeno sanno come rendere efficace un testo e il secondo è capace di dosare ironia e leggerezza, qui si naviga a vista prendendosi fin troppo sul serio. In primis nel confezionare un prodotto che ammicca alle logiche da intrattenimento dei social network senza giustapporre un contenuto solido, tanto per dire che per proporsi come “icone” di un’ ipotetica gioventù web 2.0 ci vogliono comunque un minimo di creatività e tematiche condivisibili. Nonostante qualche buona idea, invece, Senontipiacefalostesso Uno si può riassumere in passaggi come “I film impegnati li lascio a te / io preferisco saltare la sera sui tappeti elastici / mentre canti le battaglie di Federico Fiumani / quando canti le gesta degli anni 90 dei tuoi ragazzi alcolizzati / e corri come una disperata sotto tutti i portici / ed inciampi come una disperata addosso a tutti i camerieri più educati”. Parabole che lasciano il tempo che trovano, confermando ancora una volta come certa musica nostrana sia sempre più interessata a divertire platee musicalmente non troppo esigenti, piuttosto che a rappresentare una forma d’arte fine a se stessa.

Detto questo, sarà comunque un successo, tanto che pare sia prevista una parte seconda da pubblicare entro il 2013.

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