Recensioni

5.8

Passato e futuro. Colpa e redenzione. Pregi e difetti. Lo stato sociale, dopo anni di progetti paralleli, TV, Sanremo, X-Factor, torna con Stupido sexy futuro, un’opera che ha lo scopo dichiarato di riportare il collettivo bolognese alle origini DIY, all’epoca in cui cinque ragazzi e un furgone avevano un sogno.  “Non avrà peli sulla lingua” – ci dicono – promettendo così un nuovo corso più fedele “a una linea” primordiale, indi(e)pendente, cazzara… Di quel cazzaro che altrove abbiamo definito fine a se stesso, col rischio che sia la stessa emotività a essere fine a se stessa, che si scambi il balletto o la risata per riflessione generazionale.

Pregi e difetti. Quelli di essere fra le prime band italiane ad aver capito che tutti potevano godersi una fetta della torta it-pop che stava per nascere. Tanto per il sound inoffensivo e super-fruibile, quanto per la narrazione che – come dicevamo in un vecchio articolo – è rinchiusa “in un modello interpretativo delimitato (l’indie, il “giro” giovanile, le facili antitesi da social network con cui affrontare anche la politica) che da un lato si critica richiamandone abitudini e difetti e dall’altro si ricerca in termini di consensi”.

Fin dalla sua presentazione social, in Stupido sexy futuro convivono vittimismo (“Volevano le hit. Volevano i concerti negli stadi. Volevano un’altra vita in vacanza. Volevano un altro primo posto in radio. Volevano un Sanremo ogni due anni. Volevano un tormentone dell’estate”) e voglia ti tornare a “sporcarsi le mani” (“Una band che ha un popolo, non un target di pubblico”). Lo conferma la opener La musica degli sfigati, un mix di electro pop ballabile e malinconia alla Brondi. La musica degli sfigati, qui, è tutta autoreferenziale. Come se ci dicessero che a loro piace la loro stessa musica. O almeno quella che facevano prima di perdersi e ritrovarsi sulla via di Damasco. È il semiserio emozionale a farla da padrone, condito dall’idea di fondo che tutti possono partecipare, ascoltare, emozionarsi, ballare, persino suonare la musica di Stupido sexy futuro. Non ci sono più barriere tra musicisti e ascoltatori, ciò che conta è il momento in cui si vive, il consumo social(e) della contemporaneità.

È in questa logica che il nuovo album finisce con l’assomigliare all’Italia vista con gli occhi della campagna Open To, un paese che è un food festival continuo, con centri storici pronti a farsi bombardare da influencer imbellettati e iPhone di ultima generazione, gastronomie da Quattro Ristoranti, ZTL che si consumano a passo pedonale, città con un’identità a misura d’uomo, che della vera storia però hanno conservato soltanto cartoline ingiallite. Come la città in cui la band si è formata, anche Lo stato sociale ha un’identità spendibile e iper-versatile. Stupido sexy futuro fa i conti con il senso di colpa di aver portato una band con grande inventiva ma talento limitato troppo vicina alle luci abbaglianti del successo. È ovvio che tornare alle origini e puntare tutto su formule, motti, frasi fatte e social network porta al nocciolo della questione, ovvero che sotto il vestito, forse, non c’è mai stato nulla.

È naturale, quindi, che il risultato sia un centrifugato confusionario e bozzettistico di testi, musica, idee. Non basta lo slogan generalista per fare una buona canzone. Non basta la pop wave politico-esistenzialista di Anche i ricchi muoiono, la versione post-adolescenziale di Heads Will Roll degli Yeah Yeah Yeahs (Ops l’ho detto, con CIMINI e Drefgold), gli omaggi allo spoken electro di Offlaga Disco Pax (Pompa il debito, Filastrocca per un disco), il cantautorato pop fra Vasco Rossi e i Beatles di Vita di m3rda 4ever, il cui titolo rischia di fare invidia ai Gazosa, ma la cui tematica social-autobiografica e nazional-populista rasenta il cliché. La ricerca incessante dell’inno pop e dell’auto-assoluzione continua imperterrita nell’elenco delle conoscenze (famose e non) contenuto in Tutti i miei amici, una versione aggiornata de Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano. Sul finale del disco risalta il dream pop in stile Coldplay e Editors di Fottuti per sempre, nella quale viene contenuto il messaggio redentore e nostalgico di Stupido sexy futuro.

Va detto però che i regaz bolognesi sanno utilizzare bene le loro armi. Il carattere pseudo-generazionale degli undici brani è un prodotto ben confezionato che ha un target così vasto da rendere inevitabile la sua fruibilità. Lo stato sociale ama parlare alla pancia, portare avanti le intuizioni simpatiche, argute, frizzanti (arrivano spesso all’autocitazione) e far finire tutto in un’inevitabile balotta democratica. Quella fatta sotto i portici con le Peroni da 66 in mano, nella quale non c’è distinzione di idee, ma tanto entusiasmo, o tanto nichilismo (ma basta che ce ne sia tanto…). Una balotta per lo più inoffensiva che, però, non fa fatica a strappare il sorriso, oppure la lacrima, pensata per diventare virale, tormentone, slogan.

Tutto questo in barba alle premesse di un disco concepito per riportare la band e i suoi ascoltatori alle origini del fenomeno. Lo stato sociale non ha però fatto i conti con il fatto che quel fenomeno era se non illusorio, quanto meno già finito al tempo dei loro esordi. Anzi, se si considerano band come Amari, Disco Drive o gli stessi Offlaga Disco Pax come sinonimiche degli albori dell’indie anni Duemila, non si fa fatica a presumere che proprio Lo stato sociale rappresenti l’inizio di un nuovo corso dell’indie-pop italiano (qualcuno lo definirebbe l’inizio della fine), che inevitabilmente finisce con l’eliminare il prefisso indie.

Un pop più affiliato con la direzione imposta successivamente da I CaniCalcuttaMaria Antonietta e altri, che con quello delle band sopracitate. Questo, sia chiaro, senza fare a Lo stato sociale un torto o una colpa, anzi. Sono stati abili a destreggiarsi in questo territorio e a fidelizzare ascoltatori da entrambi i lati della barricata. Peccato che sia stato un processo non vissuto serenamente dalla band, che ha rischiato di rompersi (“Volevano così tante cose che non siamo che abbiamo quasi scordato chi siamo”). E questa quasi disgregazione, in Stupido sexy futuro, si sente.

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