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7.5

“Sì, tutti avevano la sensazione di stare assistendo a qualcosa di speciale, ma non di importante”. Queste parole di Joe Levy, giornalista ed ex-caporedattore di Rolling Stone, riassumono con una certa precisione quello che pensavo all’epoca e che tutto sommato continuo a pensare della scena newyorkese emersa nei primi anni Zero. Idea che dopo la lettura di questo saggio (è un saggio?) si è fatta più sfaccettata e scivolosa. 

Lizzy Goodman, giornalista musicale ma anche di moda e cultura pop (per varie testate, tra cui Elle, New York Magazine, Spin, NME e Rolling Stone), già autrice tra le altre cose di Lady Gaga. I mille volti della nuova icona del pop (Rizzoli, 2010) e della controversa biografia – perché non autorizzata – Cat Power. Una brava ragazza (Arcana, 2010), ha realizzato con Meet Me In The Bathroom una vertiginosa ricostruzione di come sia stata possibile quella improvvisa ed eccitante fioritura di band da un luogo – la Grande Mela, appunto – che le coordinate rock degli anni Novanta avevano relegato in secondo piano. 

Già: dal punto di vista del rock, la città che non dorme mai in quel tempo sembrava sonnecchiare tra i guanciali del proprio stesso mito, incapace di recuperare centralità e urgenza dopo avere dettato nei Seventies il codice originario del punk e della new wave.

Uscito in USA nel 2017 e subito diventato un caso letterario, al punto da ispirare una omonima docuserie uscita nel 2022, Meet Me In The Bathroom trova finalmente traduzione in italiano grazie alla benemerita Odoya e permette quindi anche ai lettori non anglofoni nostrani (categoria a cui mi dolgo di appartenere) di immergersi nelle sue oltre 500 pagine che, come si dice in questi casi, si sfogliano da sole. La forma è infatti quella scoppiettante della storia orale, ovvero stralci di interviste – moltissime, addirittura centinaia secondo l’autrice – montate come se fossero dialoghi attorno a situazioni, luoghi, band, dischi.

L’aneddotica regna sovrana, condita da giudizi spesso senza rete, tutta una dialettica di punti di vista differiti, concordi o discordanti, che pennellano uno scenario dinamico, nervoso, sovralimentato. Impossibile non pensare a Please Kill Me di Gillian McCain e Legs McNeil che nel 1997 con identica formula dava voce ai vari Iggy Pop, Patti Smith, Wayne Kramer, Penny Arcade, Richard Hell, Joey Ramone e via discorrendo per riassemblare le tessere sbrecciate del punk di NY. Un precedente senz’altro ingombrante, ma anche d’altro canto un modello che ha trovato ampia applicazione nella documentaristica televisiva, e che inevitabilmente sposta il fuoco della narrazione sul dettaglio episodico, sul giudizio tranchant, quando non sul – ebbene sì – gossip nudo e crudo.

Si tratta quindi di un libro che lascia in secondo piano valutazioni e analisi sul quid musicale, la cosiddetta critica insomma, per concentrarsi su premesse, contesti, contingenze e conseguenze, nonché sul senso di band e dischi per la fauna giovanile della New York nella cuspide tra vecchio e nuovo secolo, e infine su come i musicisti stessi hanno vissuto la loro emersione in quanto fenomeni cittadini e poi globali. Un’impostazione particolarmente azzeccata e armonica al senso dell’operazione, che se da un lato segue vicende, avventure e sventure di un manipolo di band – messe bene in evidenza nel retro copertina: The Strokes, LCD Soundsystem, Interpol, Yeah Yeah Yeahs, The White Stripes, The Rapture, Liars, The National, Tv On The Radio, Vampire Weekend eccetera – dall’altro in realtà, come spiega la stessa Goodman nei ringraziamenti finali, individua quale protagonista principale “la città di New York”.

Probabilmente è vero che molto dell’hype fermentato attorno a quei gruppi fu provocato dal fallout degli attentati al World Trade Center, che fecero di Manhattan la crepa da cui sembravano scaturire un tempo e un mondo nuovo, a partire da come il web riusciva a spedire ogni luogo del mondo in un qualunque altro luogo in tempo zero. Ma questo libro suggerisce anche e invece come il proliferare di band diverse ma con una simile attitudine, fautrici di un rock in grado di recuperare una dimensione ventrale, liberatoria, non addomesticata e intrisa di coolness, fosse il risultato di un’attività sotterranea, germogliata all’ombra di club e locali minimi, poco raccomandabili, tossici, pericolosi, germogliati all’ombra della cosiddetta “tolleranza zero” di Rudolph Giuliani.

Le gesta più o meno intense, genialoidi e scellerate dei protagonisti – che si chiamino Julian Casablancas o Karen O, Paul Banks o James Murphy, Tunde Adebimpe o Caleb Followill – rappresentano sì il fattore umano che intreccia le molte trame della vicenda, ma capitolo dopo capitolo emerge come cruciale il ruolo del territorio, una mappa fatta di locali più o meno carbonari, nei quali rifugiarsi e covare sregolatezza. Il Plant Bar, il Mercury Lounge, il Cooler o il Sin Club come tane scavate nel cuore aspro di una città in bilico tra mito e gentrificazione, con quest’ultima tuttavia sempre più un processo dilagante, inarrestabile. Come del resto il web coi suoi effetti dirompenti e collaterali: sul fronte strettamente discografico, Napster – attivo dal 1999 – aveva appena iniziato a sgretolare un bel po’ di paradigmi, mentre su tutto incombeva la rivoluzione di Myspace (fondato nel 2003). Più in generale, il web si avviava ad abbattere le distanze, le specificità geografiche e culturali in uno sciamare di condivisioni sempre più sistematiche, tanto che di lì a poco il senso stesso di “scena” avrebbe finito per evaporare in una nuvola di elettroni.  

Più che la glorificazione di una delle ultime vere e proprie scene in ambito rock – che ha comunque lasciato in eredità non pochi album rock di rilievo – si avverte quindi in questo patchwork di testimonianze il sapore asprigno degli orizzonti perduti, lo sguardo su un presente – quello di allora e ancor più il nostro presente – che con la sua ossessione per la pianificazione, per la standardizzazione, per i restyling urbanistici, per i cordoni sanitari e i perimetri di sicurezza, finisce per erodere la possibilità stessa dell’espressione.

A proposito di quegli album: ascoltare all’epoca titoli quali Is This It, Fever To Tell, Turn On The Bright Lights, Echoes e Desperate Youth, Blood Thirsty Babes rappresentava un’esperienza assai diversa se avevi diciassette anni o se avevi superato la trentina: per i primi era una scossa che sgranava le vertebre, la frustata rock del qui e ora, mentre per i secondi significava anche fare i conti con un retrogusto di velleità consapevole, di confronto nostalgico (retromaniaco) coi mostri sacri – dai Velvet Underground ai Modern Lovers passando per Blondie, Joy Division e Gang Of Four – più per recuperarne quel ruolo rispetto all’immaginario giovanile che non le loro peculiarità sonore. 

Venti anni più tardi questo libro arriva a confermare che sì, i trentenni (e oltre) di allora non avevano tutti i torti, ma i diciassettenni non sbagliavano affatto: oltre all’hype e all’emulazione, era rock che trovava la strada per emergere coi modi, le forme e i protagonisti che l’epoca consentiva e si meritava. Come ben sintetizza una sempre cazzuta ma amareggiata Karen O: “Tutti continuavano a mettere in discussione tutto, come se non fosse reale. O è solo l’hype a farlo sembrare reale? Ma era reale!”. 

Libro divertente insomma, infarcito di risvolti spigolosi, goliardie a dirotto e illuminanti sbirciate dietro le quinte, ma anche di punti sui quali ponderare a fondo. Da parte mia, ho un solo cruccio: perché neppure una parola sui formidabili – e molto newyorkesi – Oneida? Forse perché dischi come Each One Teach One a tutto facevano pensare fuorché a un tentativo di sembrare cool? Bisognerebbe chiederlo a Goodman, a cui comunque va il nostro plauso incondizionato.   

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