Recensioni

Live Arts Week è un luogo, una parentesi nell’anno che crea un contesto coerente, inclusivo, totalizzante. Passa quell’amico in città – che si chiama Gianni Peng – e tutti vanno a trovarlo.
Il tutto inizia in un “fuori luogo” rispetto alla sede principale, l’ex Ospedale dei Bastardini; ricostruirlo è facile nonostante il report tardivo, con l’eccezionale occasione data da HPSCHD 1969>2015, installazione per tutta la Sala delle Ciminiere del MAMbo, una sorta di rilettura, o meglio, adattamento temporale dell’opera del 1969 di John Cage, in collaborazione con Lejaren Hiller. Oggi c’è lo stesso equilibrio tra clavicembali e video di allora, ma il contenuto proiettato è diverso, è frutto di una ricerca e di una selezione odierna. Il risultato è una di quelle produzioni sensate e determinate che poche volte, in questi anni, ci riesce di incrociare, specialmente in Italia. Si ha il senso dello spazio, di ambientazione. Le persone entrano, escono, conversano tra dentro e fuori. Abitano in maniera aleatoria – e quindi compatibile con il pensiero di Cage – l’installazione ambientale.
La cosa più memorabile di tutto Live Arts Week 2015, per chi scrive, è il capolavoro di Riccardo Benassi, uno dei video di cui sopra, che alza il benchmark del post pop che da qualche anno anima la sua visione e l’immaginario che ci propone. Immagini di repertorio con soluzioni visive che al giorno zero sono non sense, ma a lungo andare non abbandonano il taccuino della memoria visiva (per definizione a breve termine, ma subdolo perché altamente ricettivo) e diventano tatuaggi neurali. Superare il pop a sinistra con le sue stesse armi.
Il cuore del festival è però stata la già citata nuova sede, l’ex Ospedale dei Bastardini, già luogo di altri festival ed eventi negli ultimi anni, ma soprattutto arena di parte della rassegna E la volpe disse al corvo, dedicata a Romeo Castellucci, durante la primavera 2014. Le sale dei Bastardini non hanno un tempo definito, sono spazi sufficientemente lisci per ospitare ambienti sonori e installazioni come quelle di Canedicoda, Adrian Rew, Francesco Cavaliere, tra le altre. Sono perfette per le performance di Xavier Le Roy, sia per lo scherzo patafisico di UNTITLED 2005, a lecture, sia per l’imprendibilità in modalità “living installation” di Untitled (2005-2015).
In ogni occasione, prima, dopo, durante i live, c’è la piazza interna dei Bastardini, che raccoglie chiacchiericcio e distrazione, prolunga la sospensione del giudizio per una settimana, fa da collante tra le performance. Strattona in un luogo ancora più in là forse il solo Gábor Lázár, giovane ungherese munito di laptop e techno ipnotica. Ne abbiamo già parlato l’anno scorso: “quando ci si è dentro si è assorbiti, [è] quasi come […] una residenza per il pubblico, questo Live Arts Week”. L’anno 2015 è una conferma, che però mette sull’avviso sulla possibile oscillazione tra comunità (aperta e porosa) e koinè (auto-referenziale, poco inclusiva).
Amazon
