Recensioni

Reduce dal successo di Sometimes I Might Be Introvert (a un anno di distanza possiamo anche dirlo: molto probabilmente uno dei Dischi – maiuscoli – di questi anni), Little Simz fa la cosa più saggia: un piccolo passo indietro a livello di ambizioni concettuali, ma facendo tesoro della propria crescita. NO THANK YOU è un disco che trasuda molta meno grandeur del suo predecessore, che è stato annunciato un po’ all’ultimo e un po’ in sordina, ma che tira gli schiaffi che deve tirare senza mai arretrare davvero.
L’urgenza è palpabile: 10 brani senza alcuna collaborazione, una rabbia evidente veicolata a denti stretti con il consueto panzer di flow rivolta per lo più al suo (ormai ex) manager, soprattutto nella prima parte della tracklist: la separazione da Swerdlow è arrivata dopo sette anni di lavoro insieme, pare, sentendo i versi di NO THANK YOU, per forzature ricevute da Simz nel performare a tutti i costi nonostante la sua salute mentale non fosse abbastanza solida da supportarla (vedi tour americano saltato all’ultimo minuto). Nella seconda parte di scaletta lo sguardo si amplia, toccando temi ingombranti come la salute mentale, l’essere donna e nera, l’immigrazione, ecc. Quello che colpisce nella scrittura di Simz è l’assoluto equilibrio (a livelli qualitativi vertiginosi) tra gli incastri tecnicamente virtuosi – resta anzitutto una rapper, in senso stretto, clamorosa – e un nitore espressivo quasi chirurgico.
Produttivamente il disco è interamente figlio del giro SAULT, con Inflo alle produzioni e Cleo Soul alle melodie, e si sente. Si parte da beat quasi riduzionisti, vedi il tandem basso-batteria di Gorilla, dove il sapore generale fa molto A Tribe Called Quest, anche se fanno occasionalmente capolino le solite orchestrazioni da sempre care a Inflo che vanno ad arricchire la palette. Ma non mancano poi passi più felpati e suadenti – No Merci, pun tra mercy inglese e merci francese. Risalta costante il contrasto tra le strofe serratissime, sempre al confine con lo spoken word, ritmicamente cesellatissime, e ritornelli molto melodici che si collocano al perfetto crocevia tra gospel e pop (Silhouette, tra i pezzi migliori e capace di sfoggiare una coda strumentale che è SAULT al 100%). In coda la qualità si appanna un po’: la dimessa Who Even Cares, con il suo autotune piazzato un po’ a casaccio, è assolutamente trascurabile, così come la conclusiva Control. Nulla che comunque infici il giudizio complessivo su un lavoro in larga parte eccellente, ulteriore conferma (casomai ancora se ne sentisse il bisogno) sulla bravura della ragazza.
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