Recensioni

Una compagine, una combriccola, un ensemble, una confraternita aperta. Corpo sonoro estroflesso, friabile, dinamico. Nella loro attuale configurazione i Broken Social Scene sono in undici, se non ho sbagliato a contare, e intrecciano i rispettivi talenti in un sistema tanto calcolato quanto aleatorio, una caosmosi sonora dove la limpidezza fantasmatica delle forme è sempre sul punto di scivolare nel calore del fremito emotivo, dove la rievocazione retromaniaca vale come istantanea del presente, una polaroid tanto fragile quanto suggestiva, deperibile e intensa come la persistenza retinica di un’immagine abbagliante.
Ben nove anni sono passati dal buon Hug Of Thunder. Da allora, fatti salvi un paio di EP (i due volumi di Let’s Try the After, correva l’anno 2019) non ci erano giunti segnali di attività per un’avventura che sembrava giunta al capolinea. Invece, passato un quarto di secolo dall’album d’esordio Feel Good Lost, è tempo del sesto lavoro lungo Remember The Humans, titolo che dice più o meno tutto sulla vibrazione di fondo che attraversa le dodici tracce in scaletta.
Oggi come allora, si tratta di canzoni dagli arrangiamenti complessi però mai troppo, perché le assolve una grazia fisiologica, una leggerezza imbevuta di sussulti che suggeriscono inquietudini depositate sul fondo. Gli elementi acustici sono pennellate ariose, le elettroniche sbuffi di luce, l’elettricità una vibrazione colorata, le voci sbalzi di temperatura emotiva. Si prenda The Call, un fiorire incalzante di trame ritmiche, pennellate di ottoni, refoli sintetici e intarsi di chitarra, le voci che si sovrappongono e inseguono, si sporgono e spargono nei vuoti scivolando sui plateau madreperla: viene da pensare a degli Arcade Fire che hanno scambiato il piglio epico e la gravità con lo struggimento sbrigliato dei New Pornographers.
L’abitudine stessa di passarsi il testimone al canto – Kevin Drew, Lisa Lobsinger, Brendan Canning, Hannah Georgas e Leslie Feist – somiglia a una vera e propria strategia espressiva, un modo di sparigliare le coordinate e impedire all’ascolto di accomodarsi su registri consolidati. Vedi come in And I Think Of You un flemmatico Drew tira le fila di un folk-soul imbevuto di languori esotici, mentre in What Happens Now il timbro meravigliosamente sottile e accorto di Feist esplora territori simili tuttavia mettendo in gioco dinamiche emotive dal peso specifico assai diverso.
Introdotto da una Not Around Anymore col passo ciondolante e vagamente funereo di una processione a cuore stropicciato (“There’s no need to lie here anymore/’Cause it’s all gone away”), l’album si avventura con garbo e baldanza nel cuore di questo nostro presente sbalordito, che sempre più viviamo come l’elaborazione incessante di un trauma rinnovato. Ma è un avventurarsi che non assume una postura rigida, al contrario sembra consapevole della necessità di adottare più codici per craccare la serratura del gran casino contemporaneo. Già la seconda traccia Only The Good I Keep – cantata con interessante cipiglio da Georgas – spolvera di psych beatlesiana la ricetta di una folk ballad placida ma intimamente irrequieta, mentre Mission Accomplished (Kingfisher) sbriglia un pop-rock ipercinetico e sincopato sulle tracce di un’isteria ahinoi fin troppo comune (“Everybody’s got to be in shape/For this horrible thing called love”).
Ancora: se This Briefest Kiss potrebbe essere un trip-hop che ha diluito lo shock del futuro con una ipnotica deriva jazz-soul, Hey Amanda è una sorta di power pop destrutturato e arty dedicato alle anime disallineate/dissestate che comunque non si arrendono (“Breaking a glass with the boy who died at home/Drinking a flask with the ones who tried to go”). Quanto a Life Within The Ground, la cifra soul si fa esposta e pulsa a fari bassi seguendo le strade accidentate dell’anima (“There’s no easy out/There’s no easy way/It puts you in the dirt”), pur mantenendo un implicito slancio futurista dal retrogusto quasi Flaming Lips.
L’obliqua dichiarazione d’amore di Parking Lot Dreams (“Living is rough when you’re calling its bluff/Nothing to see but you and I”) chiude il disco all’insegna di una morbidezza sregolata: la voce appena effettata, i cori ectopasmatici, la chitarra acustica che svolazza in un arrangiamento etereo di basso, synth, fraseggi elettrici e archi: tutto ciò sembra quasi voler ribadire l’importanza di sottrarsi alla presa della prevedibilità, di praticare un lucido disordine, di smarcarsi con cura dagli schemi che siamo soliti ritenere consueti.
Il punto – e forse il messaggio – sembra essere esattamente questo: saremo in grado di tenere a mente la nostra umanità nella misura in cui riusciremo a evitare i percorsi pianificati, le forme riconoscibili e perciò convenienti. Se, insomma, sapremo non diventare macchina.
Detta altrimenti, dovremo essere bravi a renderci inafferrabili e sfaccettati, volatili e friabili, lasciando bene aperti i canali percorribili nei due sensi da ogni specie di emozione. Un po’ come fanno, da sempre e bene, le canzoni dei Broken Social Scene.
Amazon
