Recensioni

Descrivere sinteticamente una band come gli Zu, che nonostante tutto continua a sfornare delle gemme preziose come il recentissimo Ferrum Sidereum, non è un’operazione semplice, anche se forse può venirci incontro una parola specifica, ovvero “persistenza”. Perché è proprio grazie all’atto di persistere che si spiegano non solo la contorta struttura dei loro brani, ma soprattutto quell’attitudine che li ha portati a superare arresti, cambi di rotta, smembramenti e rimesse in gioco. E ovviamente non è un caso se da svariati live a questa parte, Massimo Pupillo compaia sempre con indosso una maglietta – tributo ai Coil – con la scritta “Persistence is all”.
Un po’ mantra per loro, un po’ monito per il pubblico, questa frase ha riecheggiato anche la sera del 14 febbraio (quale data migliore per un concerto del genere?) al Magazzino sul Po di Torino, quando gli Zu hanno fatto il loro ingresso sul palco accolti da un tappeto ambient dal sapore spettrale. Rieccoli finalmente quindi, e questa volta con un nuovo elemento stabile alla batteria, Paolo Mongardi.
Senza perdere tempo, i tre partono con Charagma – prima traccia dell’ultimo disco – immergendosi all’istante in quella che si rivelerà essere un’esibizione furiosa e contemplativa. Perché questo sono ancora in grado di fare gli Zu: travolgere chi li ascolta fino a fargli raggiungere stati meditativi inaspettati. E il tocco di Mongardi, chirurgico e sublime allo stesso tempo, non fa altro che contribuire a questa causa.
Con l’esecuzione del secondo brano, Golgotha, si comincia ad avere il sospetto che il concerto sarà interamente dedicato a Ferrum Sidereum quasi come se volessero sancire la nascita di un altro capitolo. I presentimenti non erano sbagliati, e il live snocciola gradualmente tutta la tracklist trasformandosi, per novanta minuti totali, in una caduta libera all’interno della loro ultima fatica discografica.
Ritmi ossessivi e climax continui si rincorrono generando una tensione fortissima resa tale soprattutto dalla precisa alchimia che si viene a creare fra tutti e tre: una sorta di piccolo miracolo che proietta gli Zu in una nuova fase del loro percorso artistico nonché di vita. Tra le spietate sferzate del sassofono di Luca Mai, synth ancestrali, e i colpi sincopati di Pupillo al basso, si susseguono così brani clamorosi come Kether, A. I. Have Mind e Fuoco Saturnio, fino alla traccia conclusiva che dà anche il titolo all’album. Instancabili e ipnotici, gli Zu mettono alla prova la folla di persone accorsa (e che ha segnato la data torinese come soldout) trasmettendo di rimando tutto il rispettivo sacrificio: uno sforzo immenso che solo la persistenza può alleviare.
A fine performance, la sensazione che si prova è quella di emergere da un’apnea subacquea sgranando gli occhi al cielo e spalancando la bocca per riprendere fiato. Quasi come se ci si stesse svegliando da un sogno, Pupillo e soci posano i loro strumenti, ringraziano in silenzio, e se ne vanno lasciando stupore e scompiglio in sala.
E se parlare in maniera esaustiva degli Zu è difficile, riprendersi da un loro concerto lo è ancora di più poiché esperienze così profonde e stratificate non sono da tutti i giorni; ma forse proprio questo è il fine ultimo degli Zu, ricordarci che la bellezza è cosa rara e che per fruirne occorre un impegno sincero, sincero, costante e ripetuto nel tempo, oltre lo strenuo delle proprie forze, oltre ogni cosa.
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